PUNTOELINEA BLOG STORY

2005-2009/CINQUE ANNI DI CULTURA E SPETTACOLO

TREVISO - Aperta al pubblico la Sezione Archeologica

 

 

Nella fantastica cornice del complesso di Santa Caterina, celebre per essere il luogo che conserva il famoso ciclo affrescato delle Storie di Sant’Orsola, capolavoro di Tomaso da Modena, è nuovamente visibile questa importante sezione: è giunto infatti finalmente a conclusione un complesso ed elaborato lavoro di schedatura, di progettazione scientifica e di allestimento, coordinato e diretto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Veneto Orientale e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto.

Il concept grafico ed allestitivo della Sezione porta una firma di tutto rispetto come quella di Dinah Casson, il celebre architetto inglese, cui si deve anche il nuovo allestimento delle British Galleries del Victoria and Albert Museum, affiancata nella fase realizzativa da due importanti aziende del settore, quali la Goppion di Milano per l’intero allestimento e la trevigiana Parmasteelisa per gli interni delle vetrine, riuscendo così a presentare l’importante raccolta archeologica in modo fortemente innovativo, nel rispetto di precisi criteri scientifici e museografici, ma anche delle esigenze del nuovo pubblico.

Grazie ad una volontà precisa di proporre i reperti, o almeno i più significativi, non solo come una asettica ostensione di oggetti,  bensì all’interno di contesti che ne facciano immediatamente capire la funzione, il visitatore si trova immediatamente immerso nella realtà  per la quale furono creati, per un viaggio, assolutamente affascinante ed emotivamente forte, dentro e lungo i 300 mila anni di presenza e di attività umana, documentati nel territorio tra le Prealpi, il Piave e il Sile, dai primordi rappresentati dalle selci ritrovate a Pagnano d’Asolo accanto ad una carcassa di mammuth,  sino alla piena romanizzazione che portò Treviso ma anche Asolo, Montebelluna, Oderzo e Altino a quel ruolo di importanti centri abitativi e commerciali, passando per l’età del bronzo, del ferro, la civiltà degli antichi Veneti.

A rendere ancora più interessante la nuova Sezione, anche se forse sarebbe più corretto dire il nuovo Museo Archeologico, è il fatto che sono presentati anche i più importanti ritrovamenti recenti, frutto sia delle numerose campagne di scavo che dei rinvenimenti effettuati nel corso di lavori urbani eseguiti in questi anni nel cuore della città di Treviso. Tra le “nuove entrate” vanno segnalate tutte quelle testimonianze della vita quotidiana a Treviso intorno al mille avanti Cristo, quali l’imponente focolare rettangolare ancora annerito dal fuoco, sul quale si lavoravano vasi e ceramiche o i grandi bracieri rinvenuti sul pavimento di due diverse abitazioni.

Nel nuovo Museo naturalmente hanno trovato un’adeguata collocazione anche i reperti più celebri della collezione civica iniziata dall’abate Luigi Bailo nel lontano1879, dotto direttore delle raccolte trevigiane che in cinquant’anni acquisì e spesso ottenne in dono, oggetti di scavo che, man mano, venivano ritrovati in città e nella Marca. Un esempio importante sono quelli provenienti da  Montebelluna, dove stava venendo alla luce una ricca necropoli della piena età del ferro o quelli dalle cave di ghiaia lungo il Sile che restituivano man mano un numero sorprendente di asce, pugnali, spade, falci, coltelli, dall’età del rame all’età del ferro o, ancora,  le testimonianze celtiche da Covolo di Pederobba. Inoltre, grazie ai suoi numerosi viaggi attraverso la provincia, Bailo aveva modo di contattare non solo i proprietari terrieri ed i  parroci, ma anche chiunque avesse avuto la ventura di imbattersi in testimonianze di antiche presenze e proprio per questo riuscì sia raccogliere che a salvaguardare molte centinaia di reperti. La sua fama di cultore di memorie in costante ascesa, fece sì che numerosi collezionisti, anche non trevigiani, decidessero di donare o vendere le loro collezioni al suo Museo: pertanto nelle raccolte sono entrati i bronzi preromani e romani delle collezioni Fautario e Tessari, le terrecotte italiche della raccolta Donà, i reperti centro italici acquisiti da Bludowsky,  i materiali opitergini di età romana donati dai Revedin.

Tutti questi materiali, spesso ricchi ed importanti, furono purtroppo destinati ad una prova difficile: il terribile bombardamento del 1944 su Treviso che colpì anche gli edifici in cui erano conservati i reperti, con conseguenze dirompenti soprattutto sui più fragili, quali i vetri, ma anche sui sarcofagi in pietra.

I reperti, che sono però maggiormente simbolo delle raccolte archeologiche trevigiane, sono sicuramente le celebri spade di bronzo dal fiume Sile, che furono rinvenute in numero considerevole nelle cave aperte tra fine Ottocento e primo Novecento, sia lungo il Sile che il Piave e che da sole riescono a tramandare un’ importante consuetudine: quella di deporre queste armi, spesso finemente lavorate, come offerta votiva,  singola o collettiva, ai bordi dei due corsi d’acqua. Gli esemplari più antichi risalgono addirittura al 1600 a.C, ma è certo che questa consuetudine continuò sino all’età del ferro, come è documentato dal rinvenimento delle pesanti spade “ad antenne”, importate in terra veneta forse addirittura da Tarquinia.

Dalla necropoli di Montebelluna provengono invece alcuni  capolavori assoluti dell’arte delle situle, ovvero di quei prodotti in lamina di bronzo, di alto livello artistico - principalmente vasi a forma di secchio, situla appunto, coperchi, cinturoni, dischi votivi -  diffusa tra Po e Danubio: si tratta di cinque dischi votivi di raffinata fattura, il più antico dei quali rappresenta una figura regale, una “dea degli animali” dominante sui lupi, sugli uccelli nonché sugli alberi, una Grande Madre che governa i regni animali e vegetali.  I dischi di Montebelluna costituiscono una delle manifestazioni più alte dell’artigianato votivo  dei Veneti antichi e sono databili tra la tarda età del ferro e l’età della romanizzazione,  ovvero tra il quarto e il secondo secolo avanti Cristo. Sempre da Montebelluna proviene anche una cista, raffigurante, a sbalzo o a bulino,  una scena nuziale e una scena di aratura, non tanto raffigurazioni di vita quotidiana, quanto rappresentazioni che afferiscono al sacro e al mito, in quanto la cista  apparteneva sicuramente ad un corredo funerario databile alla piena età del ferro, tra il sesto e il quinto secolo avanti Cristo.

Ampissimo è l’elenco dei capolavori trevigiani, ma ciò che connota maggiormente la nuova Sezione Archeologica è la sua impostazione d’avanguardia: i reperti hanno un loro valore intrinseco, ma vivono come elementi di un percorso a ritroso nella storia, elementi di una sorta di “macchina del tempo” che consente ai visitatori di entrare a far parte delle comunità, piccole e grandi, che hanno scelto questa terra di colline, boschi ed acque per i loro insediamenti.

A lato della nuova Sezione Archeologica, il Museo di Santa Caterina proporrà al visitatore anche uno spettacolare sunto delle proprie ricchissime collezioni di pittura e scultura, dai grandi maestri del Romanico e del Gotico, a Tomaso da Modena, Tiziano, Cima, Lotto, Rosalba Carriera, Martini: una sintesi di quella che sarà una delle prossime tappe della riorganizzazione dei musei trevigiani, la Pinacoteca.

 

(Loredana Grandi)

 

 

Orario: dal martedì alla domenica 9 – 12-30, 14.30 – 18.

Ingresso: interi:  3,00 ¤ ridotti 2,00 ¤.

Per informazioni e prenotazioni: 0422-544864

Indirizzo: Treviso, Piazza Mario Botter

www.trevisoinfo.it


 

 

 

 

inserisci un commento
Nome(*)
Email(*)
Url:
Ricordati di me:

Scrivi nella finestrella le lettere e numeri che vedi nell'immagine