TAKE THE "A" TRAIN

Washington, 1941.
L’oblio. O il dopo sbronza, se preferite. Comunque una forma di oblio.
Dopo essere riuscito a riappropriarsi faticosamente della vista, Luke se ne stava sul letto a osservare il lampadario attaccato al soffitto della camera. Era strano, tutto dannatamente strano. Anche il colore del soffitto era cambiato.
Bastava chiudere gli occhi, contare fino a dieci, e quello si sentiva ancora nella possibilità di farlo. Sempre se riusciva a smuovere due palpebre che sembravano essere di piombo. Dopodiché tutto sarebbe ritornato normale, e ogni cosa sarebbe ridiventata com’era, pensò.
Li chiuse, contò fino a dieci, e li spalancò.
Niente.
Era tutto come prima. L’unica spiegazione è che non si trovava nella stanza del suo appartamento newyorkese.
Dalla fioca luce artificiale che filtrava dalla finestra dovevano essere le prime luci dell’alba. Dagli stralci frammentari dei ricordi di ieri gli venne in mente la serata precedente. Che doveva avere bevuto moltissimo lo sapeva già, dato un accenno di nausea che lo tormentava da quando si era svegliato, poco prima. Ma quante ore poteva avere dormito, si chiese. Gli venne in mente che non era andato a coricarsi prima delle due, quindi, a occhio e croce, doveva avere schiacciato poco più di un pisolino. Pazienza.
Con o senza forze doveva alzarsi, e delle due ipotesi eravamo più dalle parti della seconda che non della prima. Il gesto, quasi istintivo, fu quello di scivolare letteralmente giù del letto.
Qualche attimo e fu in piedi, più o meno fermo sulle sue gambe.
Era ancora vestito di tutto punto, senza scarpe e senza cravatta, ma con ancora indosso la giacca scura, della stessa tinta dei pantaloni, tanto da indurre tutti a pensare che si trattasse di un completo. In compenso la camicia, candida come il latte, era rimasta immacolata, e dopotutto, per gli standard maschili medi, non si era nemmeno troppo spiegazzata.
Si ricordò che nella valigia aveva un vinile 78 giri del Duca, una specie di portafortuna che portava sempre con sé e che infilava nel fondo irrigidito del bagaglio. Tra un ciondolamento e un altro, lo estrasse dalla custodia cartacea ormai piuttosto logora, e lo mise sul grammofono di fronte al giaciglio.
Quando udì le prime note del brano era già in bagno a controllare il suo aspetto.
Luke Samson, saxtenorsista. La sua faccia non era tanto peggio del solito, e dopotutto quelle due occhiaie le aveva già da un pezzo.
Ora i ricordi stavano venendo a galla come pezzetti di ghiaccio in un cestello di acqua tiepida. Galleggiavano instabili infatti nello stesso identico modo, e bisognava stare attenti che non si sciogliessero troppo in fretta. Ieri mattina era venuto a prenderlo Bobby, insieme erano andati alla stazione, treno per Washington. Erano arrivati lì nel pomeriggio e la sera, dopo una cena veloce, si erano fiondati in un club di cui non aveva mai sentito parlare, anche perché lui conosceva soltanto quelli della sua città. Si ricordava solo di avere fatto conoscenza con una certa Kate, e che avevano bevuto parecchi drink insieme. Tutto qui. Quel che era peggio è che la musica di Ellington non lo aiutava a ricordare molto altro.
Si ricordava però che la sera di quello stesso giorno avrebbe dovuto suonare in un posto di cui l’indirizzo, poco male, era scritto sopra un biglietto che si trovava nel suo portafogli.
In fondo era contento. Se quella era l’alba, aveva davanti a sé l’intera giornata.
La sera avrebbe suonato con Bobby, e finalmente avrebbe accompagnato Grace Bonham, “Young Star”, l’astro nascente, ormai mediamente affermata, del canto jazz, fidanzata proprio con il suo migliore amico, il più bravo trombettista del mondo, a suo dire. E quell’aspettativa serale lo elettrizzava. Era anche contento per entrambi perché un mese dopo Bobby e Grace si sarebbero spostati, e lui era già stato designato come testimone alle nozze.
Prima di allentare il colletto della camicia per lavarsi la faccia diede un’occhiata nella stanza per vedere con precisione che giorno del mese fosse. Accese la luce dall’interruttore a muro, e scoprì che si trattava del 7 di dicembre, precisamente il 7 dicembre 1941. Diede distrattamente anche un’occhiata all’orologio, senza in realtà, come spesso avviene, riflettere troppo su quello che aveva appena letto. Più per abitudine che per altro diede un’altra occhiata, e vide che erano un quarto alle sette. Aveva dormito poco, sorrise tra sé e sé, ma non si sentiva poi così male. Poi, per precauzione, diede anche un’occhiata fuori dalla finestra a che punto stava il sole.
Stranamente era troppo buio per essere le sette della mattina. Quel sole dove accidenti era finito, si chiese. Poi vide una piccola coda di persone che usciva da quello che sembrava essere un piccolo ufficio. E capì.
Si precipitò a prendere la cravatta, e come un indemoniato se la mise in fretta e furia.
In meno di due minuti, insieme alla custodia del suo Selmer, era già fuori dalla stanzetta dell’hotel, correndo giù per le scale.
Nella hall di quella che sembrava essere più che altro una locanda a ore si diede un’occhiata in giro, e riuscì a bloccare quello che sembrava essere il concierge, un ometto di forma tonda con un sorriso a metà strada fra la beatitudine e l’idiozia.
“Per favore, mi chiama un taxi? Presto!”
Malgrado la velocità rallentata dell’uomo nel telefonare, meno di dieci minuti dopo arrivò l’auto, su cui montò.
Il taxista, un bianco con l’aria ispida di un cinghiale e il profilo di un cane mastino latrò qualcosa di incomprensibile. Luke estrasse dal portafogli il biglietto su cui era indicato il nome del locale.
“Blacktom Club. Si trova tra la George Was…”
“So dov’è il Blackie!”
L’uomo sbuffò con l’aria di chi non gliene fregava più niente del proprio lavoro come di nient’altro. Il giovane musicista non insistette, e si strinse nel suo cappotto cammello scuro. Iniziò a sentire un po’ di freddo, probabilmente dovuto agli effetti del dopo sbornia, o al fatto che la temperatura si stava irrigidendo.
Le strade della città erano stranamente vuote, e il via vai di gente della sera prima sembrava essere un pallido ricordo. O magari era lui che si era sbagliato, pensò. Dopotutto aveva altro a cui pensare, visto che la situazione non era delle più divertenti. L’inizio della prove per il concerto era per le sei di sera, circa, e lui era già in ritardo di almeno un’ora. Era sicuramente troppo poco per farsi mandare via dalla formazione, pensò, ma era abbastanza per mettersi in cattiva luce. Dopotutto se per Bobby e Grace questo era l’ultimo concerto con questa formazione swing prima delle nozze, e forse anche dopo, lui si può dire che questa band aveva appena cominciato.
“Vedo che c’è calma in giro…”
Il taxista sbuffò, come se una mosca lo stesse infastidendo.
“Voi neri andate sempre là, al Blackie.” Sbuffò nuovamente, infilandosi tra le braccia i resti di un minuscolo sigaro di infima qualità. “Lo so perché vi ci porto.”
Luke sorrise. Non aveva risposto alla sua domanda, ma almeno il conducente stava dando segni di vita, e forse non era di quei bianchi che odiano più di tanto i neri, si convinse.
“Io vado là per suonare…”
“Ah!” e sbuffò ancora. “Cosa sei? Musicista?”
“Sì. Suono il sax.”
“Ah! E seguì l’ennesimo sbuffo. “Bello strumento! Mio padre suonava il flicorno soprano. Io mi ci metto, ogni tanto, ma la mia vecchia mi grida dietro, e allora smetto.”
Il giovane stava rapidamente facendo la rassegna dei più importanti monumenti della città. Li aveva studiati, a scuola, ma si confondeva sempre l’uno con l’altro.
“Ma stasera cosa suonate?”
Luke fu colto impreparato dallo scarso senso apparente di quella domanda.
“Suoniamo… swing… i brani del nostro repertorio. Della nostra orchestra.”
L’uomo sbuffò ancora, poi un’altra volta.
“Suonate lo stesso?”
“In che senso… Mi scusi?”
L’uomo sbuffò un’altra volta. Girò la testa, appoggiata a un collo da toro, gli diede una delle peggiori occhiate che il giovane aveva potuto mai ricevere, e si girò nuovamente.
Calò il silenzio per almeno una decina di minuti. Luke non capiva, proprio non capiva. E perché mai non avrebbero dovuto suonare quella sera?
Il giovane, con lo sguardo fuori dal finestrino, pensò alla metropolitana di New York, e a tutte le volte che la prendeva per andare a suonare in giro per i locali. Tanto, al ritorno uno strappo qualcuno con la macchina te lo dava sempre. I suoi amati treni erano qualcosa di mitico, sbucavano da quelle immense e scure gallerie, per poi ripiombarvi subito dopo la stazione a cui erano approdati.
A un tratto pensò di essere fortunato, anche alla luce di quanto era avvenuto nel suo paese in quegli anni. Certo, i neri erano quelli che se l’erano passata assai peggio, ma finalmente l’America era uscita dal pozzo della Depressione. In Europa stava accadendo il finimondo, certo, ma a loro stava andando discretamente bene. Se fosse stato europeo chissà quale sarebbe stata la sua sorte, in quei momenti. E nel suo incrollabile ottimismo pensava che quella guerra contro i tedeschi, e i loro alleati italiani, loro, gli americani non l’avrebbero mai combattuta. C’erano già gli inglesi che ci pensavano, dopotutto aiutati proprio dagli americani.
Il suo amico Bobby era la mente del loro gruppetto di amici, la coscienza critica, il giovane intellettuale che dedicava ogni momento libero a informarsi. In fondo, se Luke non era così ignorante, e sapeva tutte quelle cose, lo doveva anche all’amico.
Dopo una curva il taxi rallentò fino a fermarsi.
“Arrivati!” sbuffò il taxista.
Il giovane allungò un bigliettone che comprendeva anche un cospicua mancia per la brillante conversazione, si fa per dire. Poi calzò in testa il basco, afferrò la custodia e scese.
Era in piedi, dritto sulle sue gambe, a respirare l’aria fredda della sera. Almeno la nausea sembrava essere definitivamente passata.
Udì dietro di lui il bofonchiare dell’uomo, prima partisse con il suo veicolo, e gli parve di udire un frammento di frase. Il taxista si stava interrogando sul perché quel nero avrebbe suonato quella sera.
Quando il taxi si trovava ormai a oltre una cinquantina di metri, a sua volta il ragazzo si chiese perché diavolo i neri non potevano divertirsi, compresa quella sera. Forse l’uomo però apparteneva a un’altra religione. Magari era una ricorrenza ebraica, e lui non lo sapeva. No, perché se lo fosse stata Grace, che era per metà ebrea, glielo avrebbe detto. Cattolico non era, perché sua madre che diversamente lo era, sapeva che la festa dell’Immacolata sarebbe caduta l’indomani, l’8 di dicembre.
In balia di quegli interrogativi, s’incamminò a passo svelto verso il locale, la cui insegna illuminava un tratto di quella via.
Senza che incontrasse nessuno varcò la porta d’ingresso. Davanti a lui campeggiava una larga e pesante scala. Da quel poco che si ricordava di architettura, sembra un edificio georgiano ristrutturato a locale.
“Luke” gli fece Marvin Bochs, il batterista della band, che stava scendendo la scala con in mano un bicchiere di birra mezzo pieno. “Benvenuto tra noi”.
Il giovane si sentì colto in fallo. Aveva totalizzato un ritardo spaventoso, malgrado lo sguardo del collega non avesse alcuna malizia. Ma in fondo doveva ancora incontrare Robinson Molten, il capo orchestra. E lì sarebbero stati dolori.
Con l’aria di chi si sta recando al patibolo, e con un accenno di nausea che stava via via facendosi nuovamente sentire, si affretto lungo le scale con lo sguardo rivolto ai gradini.
Entrò nella sala, ancora mezza vuota salvo, la presenza dei musicisti e del personale del locale. Si stupì del fatto che nessuno, nemmeno il suo amico Bobby, che stava stringendo Grace tra le braccia, gli diede una sola occhiata. Nei fatti nessuno di loro si trovava al proprio posto, ma anzi sembrava un girovagare continuo da parte di tutti.
Molten, quando si accorse che era arrivato, gli diede giusto un’occhiata, facendogli un mezzo sorriso.
No, s’interrogò, qualcosa doveva essere accaduto. Luke contò a uno a uno tutti i membri della formazione, senza scordarsi che Bochs lo aveva già incrociato. Conta e riconta, c’erano tutti. Nessuno di loro aveva avuto un incidente, o gli era comunque accaduto qualcosa. Eppure nel loro comportamento qualcosa non andava.
Si recò al suo posto, in formazione, in mezzo ad altri due tenoristi, che nel frattempo giravano per il salone, e lasciò lì il suo strumento. Notò che anche molti altri colleghi non avevano ancora tolto i loro strumenti dalle custodie. Questo significava forse che le prove non erano ancora iniziate. Ma qualcosa, comunque, non tornava.
Con fare noncurante, tra un saluto e l’altro, si avvicinò ai suoi due amici.
“Ciao ragazzi.”
Bobby gli sorrise stancamente, mentre Grace, la bella Grace, riuscì a malapena a fargli un cenno con il capo. Notò comunque i suoi bellissimi occhi questa volta decisamente spaventati.
“Tutto bene? A casa…”
“Sì.” Gli sorrise l’amico. “Vedo che ti sei ripreso dalla sbornia di ieri sera, eh?”
Luke si limitò a un sorriso imbarazzato, che sembrò non divertire più di tanto la ragazza.
“Siamo io e Dan ad averti portato in camera. “ Sorrise Bobby. “La prossima volta alterna il whisky con l’acqua, genio.“
Benché l’avesse chiamato genio, come ogni volta voleva prenderlo in giro, persino nel suo tono di voce c’era un velo di insopprimibile tristezza. E Luke non capiva ancora quale fosse il motivo.
Dopo un altro sorriso imbarazzato, capì che tra i due lui era di troppo, e quindi si dileguò. Si diresse quindi al bancone, dove era appoggiato “Bub” Carter, “Bubble” per gli amici. Con lui aveva fatto amicizia nonostante fosse di una quindicina d’anni più grande.
“Hey, Bubba, posso offrirti qualcosa?” lo invitò Luke.
L’uomo gli sorrise con mestizia.
“Ti ringrazio, ragazzo.” Gli rispose, abbassando lo sguardo. “Stasera non sono dell’umore. Proprio no.”
“Ma, scusa, scusa se te lo chiedo. Stasera suoniamo?”
Carter fece di tutto per raccogliere un groviglio di pensieri contrastanti, prima di rispondere.
“Prima ho parlato col boss. Non sa, deve vedere. Deve arrivare qua a momenti anche il titolare… Non so. E’ tutto incerto…” disse a bassa voce, dando un’occhiata al fondo del suo bicchiere vuoto. “Scusami un attimo…” e detto questo si allontanò con la testa ciondolante.
Luke allora se ne stette per qualche attimo da solo, seduto a un tavolino accanto al bancone. Da una tasca della giacca estrasse il pacchetto delle sigarette, e scoprì con un certo disappunto che alla conta ne restava solo una. Una sola sigaretta. Per un attimo si interrogò quando sarebbe arrivato all’ultima, per poi smettere definitivamente. In realtà doveva accadere qualcosa di veramente eccezionale perché prendesse seriamente in considerazione l’eventualità di smettere. Dopotutto per un fiatista come lui tutto quel fumo non faceva bene, soprattutto dopo essere stato reduce da un enfisema polmonare appena un semestre prima.
Infilò la sigaretta tra le labbra, e l’accese. Dopo qualche boccata veloce, alzò nervosamente lo sguardo e si decise di alzarsi a prendere qualcosa da bere.
Dinnanzi al bancone incrociò lo sguardo con il barista, la versione nera del taxista che lo aveva scarrozzato dall’hotel a lì.
“Hem, io vorrei un bicchiere…”
“Scotch?”
Al solo pronunciare quella parola il fantasma della nausea sembrò rimaterializzarsi a una spanna dalla sua faccia.
“No, latte. Grazie.”
Il barista lo fulminò con uno sguardo maligno, ma almeno non sbuffò come faceva il taxista.
Recuperato il bicchiere di latte, non scaldato, tornò a sedersi al tavolino di prima, mentre lo stava pervadendo un disagio strisciante. Qualche suo collega iniziava a suonare distrattamente qualche prima nota, non si sa se per scaldarsi o per rompere quella strana atmosfera carica d’incertezza.
Proprio in quegli attimi nella sala entrò un tizio, accompagnato da altri due. La loro aria non era così malvagia, tanto da indurre Luke a ritenerli persone per bene. Entrambi si diressero da Molten, il quale sembrava avere già i grattacapi. Dal come i musicisti guardavano i tre nuovi arrivati, e da come lo stesso capo orchestra costoro sembravano essere piuttosto importanti.
Per diversi minuti il più alto dei tre discusse animatamente con Molten, dando a tutti l’impressione che nonostante il gesticolare furioso di entrambi i due fossero assolutamente d’accordo.
“Hey, Luke!”
Il giovane girò la testa e si trovò accanto Jeff. Jeff Rice, più o meno suo coetaneo, sax tenorista come lui, a detta di tutti il cervello di uno scienziato innestato nel fisico di un lottatore. Era noto per la sua incredibile camminata che lo faceva sembrare una specie di creatura ultraterrena.
“Ciao Jeff.”
Il giovane osservò il collega, chiedendosi come mai quel tipo sembrava disinteressato a tutte le cose a cui tutti gli altri correvano letteralmente dietro, a partire dalle donne. Luke non sapeva che accidenti dirgli, malgrado di cose da chiedergli ne avesse a vagoni.
“Tu cosa ne pensi?” gli chiese l’altro.
Una musica si sollevò quasi ad animare un tappeto sonoro che viveva di vita propria.
“Mah, non so.”
Jeff prese a guardare un angolo spoglio della sala.
“Neanch’io. Neanch’io.”
Il ragazzo si sentiva uno stupido. Di qualsiasi cosa stesse parlando il collega, lui ne era all’oscuro.
“Jeff, scusa, ma devo chiederti una cosa…”
L’altro gli rivolse un sorriso sicuro.
“Dimmi.”
Luke faceva fatica a esprimersi.
“Come mai l’aria stasera è così strana? Cioè, voglio dire… sono arrivato con oltre un’ora e mezza di ritardo, nessuno mi ha detto niente, neanche Molten, soprattutto Molten, voglio dire. Poi anche tutti gli altri sono strani… Bobby e Grace se ne stanno stretti stretti, tra un mese si sposano ma sembrano tristi… Poi Bochs, non si è fermato e non mi ha detto niente, Bubba sembra che non voglia parlarmi. Insomma, so che sono arrivato qui per ultimo, ma se è successo qualcosa mi sembra giusto che me lo diciate.”
Jeff lo osservò intensamente, stringendo i grandi occhi scuri proprio come fanno i gatti. Poi, a bocca chiusa, si passò la lingua sui denti trattenendo un sorriso.
“Dimmi Luke. Tu cosa hai fatto oggi?”
Il giovane abbozzò uno stupido sorriso, più per la vergogna che per altro.
“Mah, ieri sera mi sono… sbronzato, ecco.” Ammise, sentendosi un idiota. “E oggi ho dormito, cioè stamattina, fino a questo pomeriggio.”
“Capisco.”
L’altro capiva. Era Luke che continuava a non capire.
“Scusa ma sono io che non…” e s’interruppe.
Jeff sfoderò uno dei suoi migliori sorrisi. Il candore dei suoi denti era qualcosa di straordinario, quasi innaturale.
“Bene. Allora non sai cos’è successo oggi?”
Il giovane si limitò a scuotere la testa con cenno di dissenso.
L’aria di Jeff si fece nuovamente seria, maledettamente seria.
“I giapponesi hanno attaccato Pearl Harbour.”
Luke ascoltò quelle poche parole, taglienti come un coltello e roventi come un tizzone. Se prima di parole ne aveva poche, adesso sembrava addirittura senza.
La musica di sottofondo si strutturò in una dolce melodia, uno standard noto. Ma lo stato d’animo era a terra, a prescindere da qualunque musica.
L’altro si alzò, si aggiustò il vestito e rivolse il proprio sguardo serio altrove.
“Siamo in guerra, fratello.”
La nausea era definitivamente passata, sostituita da qualcosa di molto peggio, un senso di vertigine e di indolenzimento, come se muoversi fosse improvvisamente diventato quasi doloroso.
Scoprendo che le mani gli stavano tremando, Luke riuscì a malapena a estrarre il pacchetto di sigarette, rimasto vuoto da prima.
Riuscendo a tirare appena i muscoli del volto, in un sorriso che sembrava piuttosto una smorfia di dolore, strinse la carta del pacchetto nel pugno.
Alzò lo sguardo, e giurò a sé stesso che non avrebbe mai più fumato.
(di Alex Miozzi)
In alto: panorama di Washington D.C.


