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2005-2009/CINQUE ANNI DI CULTURA E SPETTACOLO

RICORDO DI ENZO BIAGI

 

 

Il pudore di un paese, ma sarebbe meglio dire finalmente nazione, lo si vede davvero quando uno dei suoi maggiori rappresentanti viene a mancare. Mi riferisco a quelli degni, quelli con cui magari non sempre si è stati d’accordo ma che comunque esprimevano la propria opinione con coraggio e intelligenza.

Fin da quando ho incominciato questa professione mi sono sentito dire, giustamente, che il modello ideale di giornalista era Enzo Biagi. E per me un po’ lo è davvero stato. Non tanto nello stile, perché uno scrive come sa e come vuole, o nella faccia da pediatra che ci ha accomunato, ma nell’etica.

Sopportare stoicamente la cacciata dalla guida di un telegiornale, era un’epoca che oggi alcuni tanto rimpiangono, poi dalla guida di un quotidiano, e infine non troppo in qui nel tempo, essere sottoposti al cosiddetto “editto bulgaro” promulgato da un personaggio che, malgrado sia anche l’editore, non comprende le minime regole di pluralismo dell’informazione e rispetto del contraddittorio è davvero troppo. Tutto questo per un’intervista a Roberto Benigni in cui l’attore, alla vigilia delle elezioni del 2001, si era espresso in maniera canzonatoria proprio contro quel personaggio che ha fatto poi per cinque anni il Presidente del Consiglio. Ma Biagi, acuto testimone anche di questo tempo, ha resistito con determinazione e fermezza. Qualità che un altro grande, Indro Montanelli, gli ha attribuito, e che hanno permesso a entrambi di non essere mai i primi violini del direttore d’orchestra di turno.

Da ragazzo preferivo la consultazione delle raccolte dei suoi articoli e delle sue interviste racchiuse nel best seller del momento, anziché leggere indigesti romanzi per ragazzi, caduti nell’oblio del tempo, che un mio professore di lettere mi imponeva. Mi colpì molto l’espressione per cui erano da evitare le cretinate in conto terzi. Potendo, il consiglio era quello di sbagliare sempre di testa propria, mai per decisioni prese da qualcun altro. Più difficile da dire che da fare, soprattutto in una professione, quella del giornalista, in cui chi dovrebbe imparare il più delle volte insegna, e anche male, e che il bavaglio della censura preventiva se lo mettono gli stessi cronisti alle primissime avvisaglie di ammonimento. Poi, a seconda del tornaconto, migrano da una parte o dall’altra, un po’ alla “Franza o Spagna, purché se magna”. E mi piace sottolineare che Enzo Biagi è stato l’esatto contrario di tutto questo.

Credo che il suo giornalismo possedesse un taglio, per così dire, antropologico, nel raccontare le persone, celebri o sconosciute, che ha incontrato durante una lunga carriera, e i fatti che ha visto in prima persona. Era come se uno di noi, però di gran lunga più bravo, facesse al momento giusto le giuste domande. Il suo segreto era proprio questo, senza inutili orpelli e senza mai per forza nascondere quelle simpatie, e antipatie, di cui ognuno di noi va soggetto.

In conclusione credo che se la nostra nazione, e la nostra categoria, fa un po’ meno pietà di quel che potrebbe è stato anche merito suo.

Grazie, Enzo.

 

(Alex Miozzi)

 

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