WEST AND BLUES

Chicago, Michigan, USA, 1926.
Il tramonto che si poteva intravedere dall’alto del tetto piano di quel palazzo di media altezza pareva quasi il fondale, dipinto a mano, di una quinta teatrale. Anche il panorama dei grattacieli, alcuni dei quali in procinto di crescere ancora di più e altri in attesa di essere ultimati, stava a dimostrare che perfino quel luogo era sempre meno quello che sembrava essere stato fino a qualche tempo prima. Quella città, sempre più frenetica, per qualcuno era diventato il centro nevralgico dell’intero paese. Certo, non troppo distante c’era anche New York, ma non era la stessa cosa. Quanto Chicago era esasperata, N.Y.C. sembrava essere più introspettiva e intellettuale.
Bill Miller, al secolo William Jefferson Miller, se ne stava più o meno comodamente con il didietro appoggiato al parapetto in mattoni rossi, con lo sguardo perso nel vuoto. Dalla mole imponente, con una criniera composta da una massa impettinabile di capelli nerissimi, come la pece, e con paio di mani scure e pesanti, possedeva il viso di un’imponenza scultorea, al pari del suo omonimo bianco, Thomas Jefferson, scolpito nella Monument Valley. A dispetto del fatto che ne avesse ventiquattro, di anni ne dimostrava pressappoco una trentina. Maggiore di sei figli, a cui badare dopo la prematura scomparsa del padre operaio edile, precipitato da un’impalcatura quando lui aveva diciannove anni, all’apparenza aveva l’aria perennemente truce. Ma chi lo conosceva sapeva che non era così.
“Bill? Bill, ma mi ascolti?” gli chiese l’uomo che aveva davanti a sé.
Il giovane parve svegliarsi dalla trance in cui era piombato.
“Sì, Monk? Cosa mi stavi dicendo?” chiese con voce profonda.
Il tipo ossuto, basso e dinoccolato, e dalla faccia prematuramente rugosa, che aveva davanti a lui, e che chiamava Monk, era Paul Clayton. Da qualche tempo gli faceva da impresario, trovandogli letteralmente gli ingaggi giorno per giorno. Insieme, lui e Monk, erano noti rispettivamente come il Gorilla e lo Scimmiotto, dettaglio che infastidiva un po’ Bill ma che faceva letteralmente schiumare il suo partner.
“Per domani ti ho trovato un locale, questa volta, da non crederci… Un locale, ti dico…”
Bill lo squadrò da capo a piedi. Oltre allo sconcerto per l’incapacità dell’amico, e ora socio, di accostare indumenti e colori, gli tornò in mente quando, con parole analoghe a quelle, lo fece finire a suonare in un bordello.
“Se è come l’altra volta…” lo avvertì, brusco.
“Ma no! Ma cosa dici?” cercò di rassicurarlo l’altro.
“Stavolta di cosa si tratta?”
A quella domanda Monk strabuzzò gli occhi, stortò il capo sulla sua destra, cingendo le mani in maniera decisamente bizzarra. Per un attimo Bill pensò che quell’uomo sarebbe stato strano anche se fosse stato bianco.
“E’ un locale, sì, ma non è proprio un locale…”
“E’ o non è un locale?”
Monk fu quasi preso da un specie di convulsione, e incominciò a sbuffare da un lato all’altro. Poi lo fissò, come impaurito.
“E’ un… Lo vuoi veramente sape…”
“Spara, cazzo!” tuonò l’omone.
“E’ un cinematografo.” Tossì l’altro.
Il cerchio sembrava essersi chiuso, si disse Bill. Oltre al bordello, le uniche scritture capace di trovargli Monk erano quelle di pianista accompagnatore di qualche eccentrica cantante di blues. Le paghe non erano sempre all’altezza della situazione, così come i club in cui andava ad esibirsi non erano proprio il massimo, ma era pur sempre lavoro, pagato. E qualche cicchetto di whisky annacquato gli era offerto.
Meno male che in quel periodo il jazz stava tirando di brutto. Sembrava già passato un secolo dall’avventura dell’Original Dixieland Jass Band, divenuta in seguito Original Dixieland Jazz Band, e delle primi incisioni discografiche, più di nove anni or sono, circa. Nick la Rocca e soci avevano lasciato il posto ad altri musicisti, e ad altri modi di suonare. Jelly Roll Morton, doctor Jazz, come si faceva chiamare, componeva e arrangiava brani jazzistici, Bix Beiderbecke, un bianco che suonava la tromba e che adorava il suono dei suoi colleghi neri, aveva un suo stile personale, e un altro giovane trombettista, Louis Armstrong, stava già da tempo facendo parlare di sé quasi quanto il suo maestro, Joe “King” Oliver.
“Un cinematografo?”
“Sì.” assentì imbarazzato lo smilzo. “Un cinematografo. Ma pagano bene…”
“Pagano bene, pagano bene…” grugnì minaccioso. “E’ quello che dici ogni volta, Monk!”
Bill, sorpreso da un’improvvisa folata di vento, si strinse in tempo nella sua giacca di lana. Solo due ore prima si stava esercitando al pianoforte nella minuscola ma ben riscaldata dimora che da ormai un anno occupava da solo. Là suonava fino alla stanchezza, sforzandosi di imparare a memoria tutti i brani, per evitare di leggerli ogni volta e anche per non portarsi dietro la borsa con gli spartiti. Tanto bastava conoscere il tema, e il resto si improvvisava senza problema.
Contro il volere della madre, che non gli aveva più parlato per un po’ di tempo, se n’era andato dalla loro casa di New York City. Là dentro era impossibile studiare con attorno, oltre a sua madre, sua zia, i suoi fratelli e i due figli della zia. Ogni qual volta si trovava alla tastiera qualcuno veniva a chiedergli qualcosa o proporgli una discussione. Nella vecchia, ma abbastanza grande e confortevole, dimora era quindi diventato ormai impossibile esercitarsi. E poi, si era convinto che negli ultimi anni Chicago offrisse qualche ingaggio in più a un musicista sentimentalmente legato al sound blues, come lui.
Bill possedeva due segreti che gli permettevano di essere un buon pianista. Il primo glielo aveva fornito la natura, dotandolo di udito davvero fenomenale. Fin dalla più tenera età, quando aveva incominciato a strimpellare sul pianoforte dell’anziana e dolcissima Miss Callagher, il suo istinto gli indicava quali erano le note giuste e quali quelle sbagliate da suonare con la mano sinistra. Il secondo talento era la sua memoria, che ricordava ogni nota letta e suonata. Per ironia della sorte la sua vista non era mai stata un granché, benché si ostinasse a non mettere quasi mai gli occhiali, perfino quando si esercitava sugli spartiti. Infine, se era davvero bravo a leggere la musica, anche più bravo di qualche musicista bianco, a causa di quello che i medici ritenevano fosse un disturbo, era quasi incapace di leggere un testo scritto superiore la pagina.
Questo era l’altro motivo per cui Monk gli stava sempre accanto ogni qualvolta doveva firmare documenti o quant’altro.
“Dov’è ‘sto cinema?” bofonchiò poco convinto.
“A un solo isolato dal locale di Jake.” Gli sorrise l’altro. “Ci puoi andare anche a piedi.”
Per un momento Bill si disse che, se ci poteva andare anche a piedi, era come se per Monk fosse la risoluzione di tutti i problemi.
I due stettero per qualche altro minuto in silenzio ad assistere a quello spettacolo naturale, mentre il solo affogava piano piano nell’oscurità della sera.
“Stasera dove hai detto che suono?”
Il magro si irrigidì in una posa innaturale, e con evidente orgoglio cercò di impostare il timbro squillante della sua voce.
“Stasera siamo al Jerry’s.”
L’uso improprio del plurale non lo stupì, anzi, in un certo modo lo rassicurò. Nei luoghi in cui sarebbero stati, entrambi, almeno non si prevedevano grosse fregature. Anche se era lui a suonare.
Qualche ora dopo i due si trovavano seduti a un tavolo del “Jerry’s”. Bill stava sorseggiando lentamente una birra irlandese mentre Monk era già al terzo scotch.
“Monk, va’ piano con quella roba.”
“Ma che dici Bill?” si schernì l’altro, mentre con la manica si asciugava un angolo della bocca. “E’ solo per scaldarmi un po’. Me ne faccio un altro un altro e…”
“No!” gli ringhiò il musicista. “Questo è l’ultimo!”
Un attimo dopo, da un buco dietro al minuscolo palco, spuntò fuori il bianco che conosceva Monk. Si avvicinò al loro tavolo e prima di rivolgere loro la parola sbadigliò.
“Siete voi… Mister Hiller?”
“Miller. Bill Miller.” Puntualizzò. “Sì sono io. Voi siete…”
Al giovane piaceva sapere con chi aveva a che fare.
“Berg.”
L’uomo restò impalato senza dire un’altra parola. Dopo un’occhiata più precisa il musicista pensò di avere davanti a sé la controparte bianca dell’amico. Uno scimmiotto bianco, chiuso in un abito anch’esso bianco. Fece una certa fatica a trattenere il sorriso.
“Tra cinque minuti cominciate.” Esclamò Berg, con voce stridula.
Con queste poche parole se ne andò.
Una decina di minuti più tardi Bill stava già riscaldandosi, accennando uno standard in voga in quel periodo, tra l’apparente indifferenza generale. A qualche metro, seduto a un tavolo, Monk girava in continuazione la testa, strabuzzando gli occhi, per osservare la fauna locale di quel posto.
Mezz’ora dopo il clima parve svegliarsi un po’. Il pianista, con la coda dell’occhio, strizzando gli occhi, riusciva a vedere due tavoli davanti a lui. Al primo erano seduti due uomini vestiti abbastanza bene che confabulavano tra loro, mentre nel secondo c’era una procace signora dalla lunga chioma bionda, che civettava con un tizio con due baffi sottili e neri e dalle sopracciglia cespugliose e ravvicinate.
Con una torsione del capo, puntò la sua attenzione su Monk, il quale si stava letteralmente mangiando con gli occhi la bionda, a cui si poteva quasi intravedere il reggicalze di una gamba. Vide anche che, in barba al suo monito, si stava già scolando un altro whisky.
Attaccò con un altro brano e sentì delle voci acute dietro di lui. Si voltò nuovamente e vide il suo socio, Monk, discutere con il suo omologo bianco, Berg, l’altra scimmietta.
Un po’ allarmato suonò più piano per potere sentire che cosa stavano dicendo quei due.
“Sei arrivato con lui, va bene! Ma ti ho detto che qui non puoi stare!”
Monk guardava l’altro sbalordito.
“E perché io qui non posso stare??!”
“Se sei un po’ intelligente magari lo capisci anche da solo!”
“Ah, sì?” sbuffò il nero. “Io sono intelligente ma non l’ho capito! Tu che sei più intelligente di me allora me lo devi dire!”
“Insomma! Tu qui non puoi stare!”
“E perché? Avanti, dimmelo!”
La scimmiotto bianco trattenne il respiro per pochi attimi.
“Tu, qui, non puoi stare perché… Infastidisci la clientela!”
“Ma se me ne sto qui buono ad ascoltare la musica! Non ho nemmeno rivolto la parola a un cane di nessuno!”
La maggior parte dei clienti di quel locale era ormai attenta ad ascoltare il cicaleccio di due, uno comodamente seduto sulla sedia, mentre l’altro ritto in piedi, come un fuso. Se non fosse degenerato, come ormai non solo Bill temeva, avrebbe anche potuto sembrare un siparietto comico.
Dietro di loro, a passi lunghi e pesanti, stava arrivando un altro tizio, alto e ben piantato. Bill capì che la venuta di quell’energumeno non portava niente di buono.
L’uomo spostò quasi di peso lo scimmiotto bianco, e si parò davanti al quello nero, con aria minacciosa.
“Alzati!”
Monk non riuscì a dire nulla, limitandosi a gesticolare nervosamente con entrambe le mani.
“E perché?” mormorò, sommessamente, con voce flebile.
Bill smise improvvisamente di suonare.
“Perché sei negro!”
Il pianista si alzò prima di Monk, rimise educatamente lo sgabello al suo posto, al di sotto della tastiera, e diede un’ultima occhiata a quel pianoforte. Era uno strumento che suonava davvero bene, quello. Indossò la sua giacca e si indirizzò al tavolo dell’amico, e degli altri due.
“Monk, andiamo.”
Il piccolo nero si alzò. Non si capiva se temeva di più l’energumeno bianco o il suo amico.
Berg fissò Bill con aria interrogativa. Chi accidenti era quel negro che si permetteva di alzarsi così e andarsene a quel modo, pensò fra sé e sé, indispettito. L’altro invece sembrava non avere attività celebrale.
I due uomini di colore attraversarono il locale nel più assoluto silenzio sotto gli sguardi di tutti i presenti. Monk non sapeva che cosa pensare. Non sapeva se essere fiero dell’amico, che in qualche modo lo aveva difeso, o piuttosto se arrabbiarsi con lui per lo sfumato compenso della serata. Poi pensò agli scotch che si era trangugiato, a spese di quei due, e venne pervaso da una strana euforia.
Quando entrambi furono al di fuori, un tizio dalla bocca storta e cui era appesa una sigaretta accesa fece una specie di applauso per l’uscita di scena del pianista. Bofonchiò anche qualcosa di difficilmente comprensibile, ma nessuno fece alcun segno di approvazione al moto razzista.
Bill e Monk, graffiati da un venticello antipatico, camminarono in silenzio per tutta la strada.
L’indomani i due arrivarono al cinematografo. Non appena Bill gli diede un occhio, capì molte cose. Già dall’ingresso si vedeva che era un posto messo abbastanza male, con la tappezzeria cartacea delle pareti della cassa che stavano cedendo ai colpi dell’umidità. Lì dietro c’era una signorina minuta che non poteva avere più di sedici anni.
“’giorno.” Sorrise loro.
Entrambi ricambiarono.
“Sono Bill Miller.” Si annunciò, reggendo in mano il cappello. “Sono il pianista.”
Monk lo guardò di traverso, chiedendosi se si fosse dimenticato di lui.
“Fergie! Fergie!” esclamò la ragazzina. “E’ arrivato!”
Da una porta di legno un po’ scrostata uscì un ometto calvo e panciuto, con spessi occhiali e due baffi da tricheco.
“Finalmente!” esclamò, soddisfatto.
Diede una fugace occhiata a entrambi, e poi si ammutolì.
“Laurie! Chi dei due è il pianista?”
“Sono io, mister…”
“Ferguson! Ma tutti mi chiamano Fergie!” Questi non smetteva di sorridergli e gesticolare. “E lei è mia nipote, Laurie.”
Per un attimo lo scimmiotto nero si chiese se non fosse per caso diventato invisibile.
“Bene! Bene!” esultò. “Con quelle mani chissà che cosa farai! Eh, Laurie?”
“Sì, Fergie.” Approvò la ragazza, che quelle mani le aveva già squadrate. E non solo le mani.
Bill notò quella minuta giovane, e malgrado fosse ancora molto piccola gli parve assai graziosa. Tra quelli sguardi, si accorse che anche lei, appena poteva, gli rivolgeva fugaci occhiate.
“Presto, presto!” fece trepidante il bianco. “Tra un po’ comincia lo spettacolo!”
Monk non sapeva che cosa fare. In cuor suo voleva evitare di ripetere la storia avvenuta la sera prima.
“Piuttosto…” L’uomo puntò al pianista uno sguardo interrogativo. “Tu! Tu sai leggere la musica al buio? No, perché là dentro non c’è luce. Lo sai, vero?”
Bill sorrise con l’aria di chi è in grado di affrontare l’intero mondo.
“Certo.”
Monk si tranquillizzò. Poteva tranquillamente sedersi nell’oscurità del cinematografo, senza che nessuno lo vedesse. Al buio essere bianco o nero non faceva molta differenza, pensò. E se poi il film non fosse stato così interessante avrebbe anche potuto addormentarsi ascoltando la musica del suo amico.
Il pianista tossì per un attimo.
“Solo una cosa?”
“Dimmi ragazzo!”
“Posso vedere il pianoforte?”
“Ma certo!” rise divertito Fergie. “Seguimi!”
Entrambi si indirizzarono verso una larga porta con ai lati pesanti tendaggi in velluto cremisi, tenuti fermi da grossi ganci in ottone. Lo sguardo di Laurie lì seguì, così come Monk, che trotterellava dietro a Bill come una specie di animale domestico.
Il salone, ancora vuoto, era illuminato con grosse lampade attaccate alle pareti. Bill non poté fare a meno di notare un lucido pianoforte a mezza coda.
“Mi hanno detto che ci ha suonato sopra anche Fats Waller!” fece il bianco, grattandosi la testa non troppo convinto. “Non so… Comunque ti posso assicurare che è un buon piano. Vedrai!”
Chissà quanto avrebbe dovuto suonare per potersene permettere uno così, un giorno, si chiese il nero.
Monk si accoccolò in un posto centrale nelle file laterali. Pensò che al titolare dell’esercizio sembrava non importare che fosse nero, anzi, sembrava proprio che nemmeno lo avesse visto. Meglio così per lui.
“Bene.” Esclamò Bill, sedendosi sullo sgabello.
Fece qualche nota. Fergie aveva ragione. Era davvero un buono strumento.
“Possiamo cominciare.” Annunciò.
Il bianco non stava più nella pelle. Subito dopo uscì dalla sala.
E a un tratto tutte le luci si spensero.
(Alex Miozzi)


