TIGER RAG

New Orleans, Lousiana, USA, 1918.
Andrew Goodspeed si guardò un’altra volta in giro, come se fosse caduto in trance. Era arrivato solo da qualche ora e ancora non credeva ai suoi occhi. Sua sorella Adelaide glielo aveva detto. Da novembre, mese in cui erano iniziati tutti i lavori di pulizia, come li aveva chiamati lei, fervente religiosa. Per la donna, nubile e prossima e ormai, con suoi quasi 28 anni, quattro meno di Andy, ormai destinata a essere zitella a vita, era stata una benedizione che gli Stati Uniti fossero entrati nella prima Guerra Mondiale. New Orleans era stata infatti dichiarata porto militare, e per evitare che i marinai si distraessero con le numerose attrazioni che la città poteva offrire, dai club per turisti ai rent party fino a tutti i postriboli, da quelli con le rinomate octaroon fino agli altri di infimo ordine, erano stati chiusi. Adelaide Goodspeed era intimamente felice che ci fosse un’occasione in meno in cui bianchi e neri si mischiassero in quel modo. Era convinta che i suoi antenati fossero giunti nel Nuovo Mondo principalmente per moralizzarlo con personali esempi di pia rettitudine.
In questo modo quasi tutti i musicisti, dai quelli delle brass band, alle carrozze fino ai pianisti di blues, inclusi quelli che suonavano nei bordelli, erano stati costretti a fare fagotto verso altre città della nazione, principalmente Chicago e New York. Chi era rimasto, in prevalenza i più anziani e chi lavorava sugli showboat lungo il fiume, faceva il minimo indispensabile per sbarcare il lunario.
L’uomo si incamminò lentamente lungo quella strada, praticamente abbandonata. Con gli occhi sgranati osservava quelle strade di Storyville cercando di fare mente locale. Laggiù, in quel locale senza più insegna e dai vetri rotti, la leggenda voleva che King Oliver aveva sconfitto Freddie Keppard, che suonava nell’esercizio di fronte. Per Andy, Joe “King” Oliver era il più grande di tutti, sia come musicista che come improvvisatore. Tra i suoi colleghi neri sarebbe sicuramente stato lui a tenere banco nei successivi due decenni. Nessuno era suo pari, e probabilmente nessuno avrebbe inventato qualcosa di più nuovo. Per lui dopo il ragtime veniva il dixieland, e il jass, o jazz, come scrivevano già da tempo alcuni giornali, sarebbe rimasto quello.
Da quel crocevia stradale in cui era giunto passavano i funerali, accompagnati dalle fanfare marcianti, con brani lenti ed elegiaci all’andata e, dopo avere consegnato il defunto all’eterno riposo, sound dai ritmi più scatenati al ritorno.
Due edifici più avanti si trovava il “Groggie’s”, la bettola in cui aveva debuttato a quindici anni e tre giorni, malgrado raccontasse a tutti che ne aveva quasi diciannove. Successivamente aveva preso servizio a bordo di una carrozza, gomito a gomito con gli altri musicisti, con il trombonista dietro, all’esterno, per permettere alla coulisse del trombone di muoversi liberamente. Chi suonava più forte si aggiudicava la serata nei club, quindi tutti a darci dentro come buoi, a pompare fiato negli strumenti. Il loro capo banda, un certo Xavier Peacock, registrato ad Ellis Island, dove arrivò, come Saverio Pavone, era un omone a cui non gliene fregava assolutamente niente della qualità del suono. Per lui si doveva far scoppiare gli strumenti, e chi non accettava questa discutibile filosofia se poteva anche andare a lavorare altrove.
Da quegli avventurosi giorni aveva imparato a leggere la musica come un vero musicista del nord, di quelli che suonano nei teatri di Broadway, e che si limitavano a eseguire solo quello che c’era scritto sullo spartito. Acquisita quella specializzazione, già da alcuni anni si poteva permettere di suonare nei locali, più spesso seduto che in piedi, davanti a un pubblico non sempre così rispettabile, ma comunque pagante.
Quel gomitolo di ricordi si persero nel magone che gli stava salendo dalle viscere. Per un attimo dovette addirittura trattenere le lacrime alla vista dei gradini di legno marcio di quello che era stato un altro locale senza più insegna e porta d’ingresso, probabilmente sottratta e fatta a pezzi come legna da ardere. Diede una timida occhiata là dentro da quel che restava della finestra, e lo vide completamente spoglio di ogni suppellettile. Qualcuno doveva avere portato via sia i tavole che le sedie, tant’è che era rimasto soltanto il vecchio bancone. Si affacciò alla sua porta, ricordandosi ancora quando Buddy Bolden là dentro faceva i suoi numeri da circo equestre. Quello che per la maggior parte della gente era ancora il miglior trombettista mai esistito, per Andy era solo un bizzarro fenomeno da baraccone, dal suono straripante e sguaiato. Per un attimo abbassò lo sguardo alla borsa che conteneva la sua preziosa cornetta, e al pensiero che fosse ancora insieme a lui lo tranquillizzò, almeno per qualche attimo.
La primavera era già arrivata e la mattina di quella giornata prometteva un tempo clemente e debolmente soleggiato. Dalla tasca estrasse un grande fazzoletto bianco per pulire le assi di una panchina attaccata alla parete, che nessuno era riuscito evidentemente a portare via. Si sedette pesantemente su di essa, appoggiando la valigia e la borsa con lo strumento accanto ai suoi piedi. Era proprio in quel posto che stava aspettando i suoi colleghi.
Loro erano i “Dixiemen Jass Band”, una delle formazioni bianche che per prime aveva inciso un 78 giri in vinile, proprio alcuni mesi prima. Ormai erano diventate persone importanti che si potevano permettere di esibirsi addirittura nei teatri. Erano musicisti di un certo livello anche per gli altri loro colleghi, soprattutto neri, che li avevano sfottuti fino a qualche anno prima. Alcuni di questi ultimi erano infatti convinti che il jass, o jazz, era soltanto affare loro. Il guaio è che anche alcuni bianchi pensavano la stessa identica cosa.
Estrasse dal panciotto la cipolla argentata per vedere che ora fosse, e con un certo disappunto scoprì che era in anticipo di più di mezz’ora. Dopo un doppio sbuffo si rassegnò a stare lì un altro po’, accovacciato come un gatto randagio in quella che sembrava essere ormai una città fantasma.
Un colpo improvviso destò la sua attenzione. Prima che con un balzo lo facesse levare in piedi, cosa che da ragazzo avrebbe fatto in un baleno, vide una fugace ombra, immediatamente seguita da un’altra, fare capolino nell’edificio adiacente. Qualcuno doveva avere rotto il vetro di uno di quegli edifici abbandonati.
Dalla grondaia verticale fece capolino il viso di colore di quello che doveva essere poco più di un bambino. Dietro di lui comparve un altro piccolo viso, forse quella del fratello più piccolo.
L’uomo si limito a lanciare loro una breve occhiata di disapprovazione, e poi si immerse di nuovo nei suoi pensieri.
Dai passi parve udire che le due piccole pesti se ne stavano andando altrove a fare danni, e quel pensiero gli strappò un mezzo sorriso.
Passarono alcuni minuti, e con la coda dell’occhio vide una specie di ombra alla sua sinistra. Si trattava di un uomo che si stava avvicinando. Era un nero vestito più che dignitosamente, con un completo grigio scuro, camicia bianca appena uscita dalla lavanderia e uno strano cravattino scuro. Quando gli fu abbastanza vicino notò che era molto più giovane di quel che sembrava. Aveva il viso pieno, e del resto non lo si poteva definire magro.
“Salve.” Gli disse con tono cordiale.
“Salve.” Rispose Andy. Per un attimo parve ricordargli qualcuno, si disse. Per un attimo gli tornò a mente un ragazzino che era sempre in mezzo ai musicisti, uno che era finito in riformatorio per una bravata ma che ne era uscito abbastanza alla svelta senza gravi conseguenze. Prima di questo incidente, alla vigilia di uno scorso Natale, insieme ad altri ragazzini, aveva anche bussato alla sua porta e quando Goodspeed aveva aperto questo gruppetto si era messo a cantare un motivo ricorrente. L’uomo aveva dato una manciata di dolci e la piccola brigata, dopo avere ringraziato, se n’era andata.
Ma non poteva essere proprio lui, si convinse.
Quel ragazzo accanto, che aveva si e non la metà dei suoi anni, possedeva un sorriso smagliante che trasmetteva buonumore. I suoi occhi neri, che risaltavano con il bianco del bulbo oculare, parevano brillare straordinariamente intelligenti.
“Siete di qui?” gli chiese Andy. Forse si aspettava che gli raccontasse di come avevano messo sottosopra la città.
“Sì, signore.”
“E tu… c’eri, quando hanno fatto tutto… questo?” indicò con un ampio gesto della mano destra, come a indicare quella desolazione.
“Sì, purtroppo.” Sbuffò con una punta di tristezza. “Ma ora non vivo più qui.” Puntualizzò. “Mi sono trasferito al nord… per lavoro.”
L’uomo pensò a uno dei tanti neri che lavoravano come operai nelle officine delle grandi città del nord. Poi si accorse che il ragazzo aveva con sé una borsa molto simile alla sua. Era in pelle scura, e dalla forma quasi sicuramente c’era dentro una cornetta come la sua.
Il fatto che fosse musicista come lui lo tranquillizzò ulteriormente. In quel luogo che non riconosceva più suo aveva almeno trovato un suo simile.
L’uomo si alzò in piedi e gli tese la mano.
“Io sono Andy. Andy Goodspeed.”
Il giovane lo fissò per un momento, salvo poi ricambiare. Non erano molti i bianchi che stringevano la mano, ed erano ancor meno quelli che la stringevano ai neri.
“Io sono…” si trattenne. “Cioè mi chiamano… Satchmo.” Gli sorrise l’altro, con l’aria di chi ha appena vinto alla lotteria.
Il bianco dovette trattenere un sorriso. Che strano soprannome, Satchmo.
“Sei anche tu musicista, vero?”
“Sì, sì signore.” Parve schernirsi il nero. “Suono la cornetta!” sottolineò orgoglioso. “Anche voi… siete quello dei… Dixiemen…”
“Sì, sono proprio io.” Ammise Goodspeed, con una malcelata punta di orgoglio. Quanto aveva dovuto faticare per ottenere quella celebrità, pensò.
Fra i due, per qualche attimo passato a sorridersi in maniera imbarazzata, parve stabilirsi un contatto.
“Io al nord ci sono andato un po’ di volte ma ci sono stato poco. Qualche concerto qua e là. New York, Philadelphia, Baltimora…” specificò Andy.
“Io mi sto praticamente trasferendo.” Rispose l’altro. “Qua di lavoro ormai non ce n’è più.”
“Io ho suonato con loro.” Incalzò l’uomo, per evitare che il magone di prima si rifacesse sentire. “Intendo dire con i musicisti yankee. Ho suonato anche con i neri… Durante le prove, s’intende. Ma tutti quanti lassù leggono la musica, mentre noi improvvisiamo molto di più.”
“E’ un modo anche quello.” Parve riconoscere il giovane. “Ma non tutti. Il musicista con cui ho incominciato da poco a suonare scrive la sua musica. Cioè, la scrive quando la compone, e poi ci improvvisa sopra.”
Prima di rispondere l’uomo noto il timbro della sua voce, gracchiante ma al contempo molto gradevole. Con una voce così tuttavia difficilmente avrebbe potuto esibirsi come cantante, si disse.
“Si, ho sentito” fece Andy, scuotendosi i capelli, meno folti di un tempo.
“Si può, per esempio, suonare con due cornette…”
Era un invito, quello, si chiese Andy. Dopotutto quel Satchmo aveva probabilmente capito che anche lui aveva una cornetta come la sua in una delle borse.
“Di solito oltre alla cornetta c’è un clarinetto e un trombone.” Ribatté con una certa diffidenza il bianco. “La cornetta sostiene il tema, il trombone risponde nel registro grave, e il clarinetto fa gli arpeggi.” Spiegò, cercando di non essere supponente, visto che quando aveva l’età del ragazzo del registro grave non ne aveva mai sentito parlare. “Quella delle due cornette finora non l’ho mai sentita.”
Il ragazzo parve raccogliere le proprie idee, poi deglutì.
“Uno dei due suona la melodia, mentre l’altro va un po’ sopra e un po’ sotto le note dell’altro. E’ un suono molto particolare quello che si ascolta.” Gesticolò con una certa eccitazione.
Per l’uomo era molto strano.
“E gli altri cosa suonano?”
“Quello che hanno sempre suonato. E non si suona sempre tutti insieme. Così ogni strumento si sente meglio.”
Nulla impediva però di provare. Tanto più che non c’era nessuno a sentirli. Al massimo sarebbe stata un ragazzata, proprio come quella dei due monelli che avevano rotto il vetro prima.
“Non so come venga ma si può tentare.” Aggiunse quest’ultimo.
Senza aggiungere altro entrambi estrassero dalle loro fodere i loro strumenti. La cornetta di Andy Goodspeed era placata argento, con le estremità circolari dei pistoni in avorio chiaro, ed era nuova di zecca. Quella del ragazzo non era certamente nuova, era dorata qua e là ma nell’insieme si trattava comunque di un buon strumento.
Senza nemmeno mettersi d’accordo il nero attaccò. L’uomo capì immediatamente che stava suonando uno dei cavalli di battaglia della loro formazione, originariamente una quadriglia francese nuovamente arrangiata in levare e con un titolo nuovo.
A dispetto della giovane età il nero suonava già con la classe di un affermato professionista, e la sua cornetta possedeva un suono anche troppo vellutato per quel tipo di strumento. Per un attimo Andy si chiese chi fosse quel dannato ragazzino, che pareva viaggiare a una velocità almeno due volte superiore alla sua.
Dopo un’altra manciata di note i due si intendevano già a meraviglia, in quella girandola di scale che salivano e scendevano repentinamente, per poi volteggiare qua e là nell’aria. Il nero pareva avere raggiunto la massima felicità, con le gote del viso tese in maniera particolare. Forse quel soprannome, Satchmo, derivava dalla storpiatura di sack mouth (bocca a sacco, nda), si chiese per un momento Goodspeed, con un guizzo di fantasia. Ad ogni modo, chiunque fosse quel giovanotto era certo che aveva qualcosa da dire, e sicuramente lo avrebbe detto.
Il due continuarono per puro divertimento personale, effettivamente senza sapere nemmeno loro per quanto tempo.
Da un punto della strada spuntarono delle ombre, che dopo un attimo, Andy riconobbe nei colleghi. Erano il banjoista Sean O’Mullen e il trombonista Paul Vasquez, che a ben vedere, oltre ai bagagli, avevano anche loro tra le mani le custodie dei loro strumenti.
Dal principio l’uomo sembrò provare un po’ di vergogna nei confronti dei suoi colleghi. Un musicista ormai affermato come lui, che aveva raggiunto l’insperato successo in tutta la nazione dopo lunghi anni di gavetta, che perdeva tempo con un ragazzino nero. Poi qualcosa dentro di lui lo convinse a continuare.
Dalle espressioni dipinte sui visi dei due bianchi c’era qualcosa di più dello stupore. Andy si chiese per quale motivo, anche se in fondo lo sapeva. Un uomo bianco e un ragazzino nero che suonavano insieme in una strada abbandonata dagli uomini. Ma non smise ugualmente.
Entrambi i due misero frettolosamente a terra i loro bagagli, su cui uno dei due appoggiò il soprabito, e senza perdere tempo tirarono fuori dalle loro custodie sia il banjo che il trombone.
Così, a freddo, si unirono agli altri due già caldi e rodati in una composizione che stava diventando già qualcosa di diverso rispetto a quella con cui Goodspeed e Satchmo avevano iniziato.
Tutti e quattro si sbizzarrirono. Seguì qualche stop in cui il trombone lanciava qualcuno dei suoi botti più dirompenti, seguito dagli altri, nei quali ognuno di loro accennava un breve assolo, per poi riprendere tutti insieme. L’unico a sostenere efficacemente la ritmica, visto che non c’erano né contrabbasso né batteria era il banjo di O’Mullen.
Nessuno seppe quanto tempo suonarono insieme, nemmeno loro.
Quando smisero, con un finale davvero esplosivo, su quella specie di cimitero di case scese nuovamente il silenzio.
I tre bianchi e il ragazzo si guardarono più soddisfatti che dopo un’ubriacatura.
“Andy, chi accidenti è questo ragazzino?” esclamò Vasquez “Ci sa fare!”.
“Eccome!” gli fece di rimando O’Mullen.
Il giovanotto non disse nulla, ma dal sorriso che si stava allargando sulla sua faccia parve apprezzare quei complimenti.
“E dove diavolo sono Larry e Tom?” chiese Andy mentre asciugava la campana della cornetta con il medesimo fazzoletto, non più così bianco, che aveva usato per spolverare il gradino su cui si era seduto.
“Tom si è fermato a Crescent, da suo padre che non sta tanto bene. Ha detto che arriva fra due giorni, ma comunque ci telegrafa al più tardi domani.” Gli rispose Sean O’Mullen.
Tutti loro venivano da Crescent City, ma l’unico che ci ritornava ancora era il contrabbassista Tom McNamara, se non altro per l’anziano patrigno a cui era molto affezionato.
“E Larry? Anche stavolta è andato da…”
“No, sembra che stavolta si chiami…” ma a Paul Vasquez sembrava non venisse il nome. “Minnie? Winnie? E’ possibile?”
Il cornettista sbuffo in segno di disapprovazione, scuotendo la testa.
“Con quella testamatta tutto è possibile!” parve rassegnarsi. Larry Coen era un eccellente batterista, ma quando incontrava quella che diceva essere la donna dei suoi sogni, ogni volta una diversa, sembrava dimenticare tutto il resto.
In compenso, del loro pianista, Milton Roland, non chiese nulla. Giusto una settimana prima li aveva abbandonati senza troppi complimenti per unirsi a un’orchestra di un teatro, a Chicago.
Anche il ragazzo aveva riposto il proprio strumento e dava l’impressione di non volere ascoltare la loro conversazione, perdendo lo sguardo oltre le tegole cadenti di quei tetti. Per qualche attimo parve chiedersi che sorte sarebbe toccato alla sua New Orleans. Poi si chiese che cosa gli avrebbe riservato il destino, su al nord.
Con una punto di imbarazzo Andy Goodspeed raccolse i suoi bagagli.
“Beh, ragazzo. Noi adesso dobbiamo andare.”
“Sì, signore.”
Per un attimo a quell’uomo non venne alcuna parola. Avrebbe voluto dirgli che il suo modo di suonare era eccezionale, paragonabile solo a quello di King Oliver, anche se ancora un po’ grezzo, ma più fantasioso. Avrebbe voluto dirgli che era stato un piacere suonare con lui, e avrebbe anche voluto chiedergli dove stava, e dove se ne sarebbe andato. Ma non disse nulla di tutto questo.
Quel ragazzo era nero, mentre lui era bianco, e solo laggiù, a New Orleans, i neri avevano potuto suonare con i bianchi. Da qualsiasi altra parte negli States i bianchi suonavano con i bianchi e i neri con neri. Anche se gli dispiaceva molto credeva che sarebbe stato sempre così.
“Allora… ragazzo. Ci vediamo, eh?” gli fece alla fine, con uno sguardo misto di ammirazione e complicità.
“Signore…” esclamò il giovane. “il mio nome è Louis.”
Andy aveva colpito nel segno. Quel nome gli indicò che il ragazzo era proprio quel piccolo nero che aveva conosciuto, e che credeva fosse. Louis.
“Sì, Louis.” Gli sorrise. “Grazie.”
Goodspeed parve bloccarsi un attimo. Una domanda doveva assolutamente rivolgergliela.
“E con chi suoni, adesso, al nord?”
Il ragazzo parve essersi fatto mangiare la lingua da un gatto. Dietro il suo colorito bruno sembrò addirittura arrossire.
“Se glielo dicessi credo che… non mi crederebbe!” cedette. “Nessuno di voi lo farebbe. E forse al vostro posto nemmeno io.”
Dopo questa risposta alquanto sibillina i tre bianchi, con i loro bagagli al seguito, si incamminarono lentamente alla volta di un albergo abbastanza distante da quel luogo. Il primo taxi che avrebbero incrociato sarebbe stato assolutamente loro.
Louis li vide allontanarsi passo dopo passo. Erano in gamba quei tre bianchi, e che sapevano il fatto loro. A differenza di Goodspeed, il giovane era certo di una cosa, che la musica, prima o poi, avrebbe unito tutti, bianchi e neri. Forse era un’illusione, come gli ripetevano i suoi amici, perché i neri dovevano stare con i neri, come i bianchi con i bianchi. Ma a lui non importava. Gli faceva ridere quello che la gente pensava della sua musica.
Una volta una signorina, in un locale poco distante da quel crocevia, gli chiese che cos’era il jazz. Louis tacque per un attimo e poi le rispose che se lo chiedeva allora non lo avrebbe saputo mai. Quando la fanciulla se ne andò visibilmente seccata, il giovane trattenne un sorriso fece mentre faceva locale. Aveva deciso che avrebbe dato quella risposta a tutti quegli stupidi che, ogni volta, gli chiedevano che cos’era il jazz. E vista quella che sarebbe stata la sua carriera, ne avrebbe sicuramente incontrati più di quanti avrebbe mai pensato.
Avrebbe trascorso ancora quei giorni nei luoghi della sua infanzia fino al definitivo trasferimento a New York, con qualche puntata a Chicago. Dopotutto era lì che adesso si sarebbe fatto jazz. Era anche contento che avrebbe suonato proprio con Joe “King” Oliver, il più grande cornettista sulla piazza.
Diede un’ultima occhiata a quel luogo, ricordandosi di che cosa era stato.
Con coraggio strinse a sé lo strumento, chiuse per un breve attimo gli occhi e si incamminò nella direzione opposta di quella dei tre bianchi.
(Alex Miozzi)
In alto: veduta di New Orleans © Justin Watt


