STARDUST

Kansas City, 1933.
In quella fitta e acre nuvola di fumo si intravedevano appena le figure che occupavano il locale, e, di primo acchito, avrebbero addirittura potuto sembrare dei fantasmi. Due uomini appoggiati al bancone sembravano divertirsi un mondo, tra una battuta e l’altra, mentre un piccolo gruppo di ragazze, accovacciate accanto a un tavolino troppo piccolo per il loro numero, era impegnato in un fitto chiacchiericcio a bassa voce. La musica di sottofondo, nella fase di riscaldamento, permetteva ancora di comunicare senza sforzare troppo la voce. Il barista guardava a destra e a sinistra con fare circospetto, con il solito quanto inutile presentimento che quella sera non ci sarebbe stata troppa gente nel locale.
Horace Jones se ne stava placidamente a un tavolo, con le lunghe e magre gambe comodamente stese, e la custodia del suo sax accanto alla sedia su cui era seduto. Portava un elegante completo scuro grigio, con una candida camicia e una cravatta fantasia, e quel genere di scarpe strette e a punta in quella città indossate quasi esclusivamente dai musicisti e dai gangster. A completare il tutto, in testa un largo cappello di feltro ben calzato, rigorosamente in tinta con l’abito. Il soprabito, anch’esso scuro, era ben appoggiato sull’altra sedia accanto al tavolino. Sembrava che il giovane fosse lì per qualcuno o qualcosa, ostentando la stessa falsa indifferenza di un innamorato che aspetta la propria compagna o di un condannato che attende il suo boia. In un modo o nell’altro lui era un po’ entrambi, rise a sé stesso.
Horace era per tutti un tipo in gamba, maledettamente in gamba. Unico maschio ultimogenito di un prole di cinque figli, e dietro a quell’aspetto da menefreghista completo che amava più la vita notturna che quella diurna, si celava un uomo di grandi sentimenti.
Forse aveva imparato ad amare così perché era sempre stato coccolato da tutti in famiglia, a cominciare dalla madre e dalle quattro sorelle, Elisabeth, Margaret, Penelope e Caroline, o forse perché è qualcosa che, a un certo punto, uno decide di fare, e basta. Il suo unico rammarico era stata la perdita del padre, che una maledetta polmonite glielo aveva portato via quando lui aveva quasi dodici anni.
Il giorno del funerale, una mattina riscaldata da un avaro sole di dicembre, giurò a sé stesso che non avrebbe mai lasciato in braghe di tela sia la madre che le sorelle, essendo lui ora il piccolo uomo di casa. Decise soprattutto che sarebbe diventato un musicista come suo padre, magari non un pianista, anche perché il pianoforte lui lo odiava con tutta l’anima. Comunque un musicista, uno di quelli che conosce veramente la musica. Visto come se la passavano i musicisti americani negli anni dopo la Grande Depressione, si disse che era riuscito fino a quel momento nel suo intento.
Il movimento si stava intensificando, e sempre un maggior numero di ragazze gli camminava sotto il naso. Alcune di queste erano anche accompagnate dai loro mariti e fidanzati, ma lui non badava a una quisquilia del genere. Si limitava ad osservare un po’ distrattamente i loro visi e le loro forme, in particolare di quelle che sculettavano. Senza indugiare troppo negli sguardi, voleva comunque mantenere con piglio vagamente cavalleresco. Per sua fortuna le falde del cappello garantivano una buona protezione allo sguardo vispo di quegli occhi molto vagamente a mandorla.
Si disse comunque che, se fosse riuscito nel suo intento, prima delle undici il suo strumento non sarebbe uscito dalla custodia, e l’ora che mancava alla mezzanotte sarebbe stata dedicata a un riscaldamento non troppo impegnativo. Anche un bambino sapeva che il bello veniva dopo.
Appena terminato quel fugace pensiero, che ben si sposava con l’altrettanto fugace nube fumosa del club, il bambino in questione si materializzò come per incanto. Si stava avvicinando quello che credeva essere una specie di folletto, una creatura buona e un po’ magica, ma altrettanto rompiscatole. La prima volta che quell’uomo in miniatura gli rivolse la parola, Horace si convinse che si trattava della conseguenza dei troppi whisky. E così la seconda sera. Ma la terza sera, no, lui non aveva bevuto nulla, e quel marmocchio era più che reale, benché a quell’ora i più piccini se ne stanno a letto a dormire.
Si chiamava Charlie, e aveva l’aspetto florido e lievemente rotondetto dei ragazzini neri che per loro fortuna fanno sia pranzo che cena. Doveva avere all’incirca una decina d’anni, o poco più, più o meno gli stessi che aveva lui quando era morto suo padre. Anche Charlie, già a quell’età, si era messo nella testa di voler fare il musicista.
“Ciao, Horace.” Gli sorrise con quella voce ancora un po’ in falsetto.
“Ciao, ragazzino.” Non l’aveva mai chiamato per nome. Era una cosa, quella, che avrebbe dovuto meritarsi.
Notò che sotto il braccio destro il ragazzino aveva un fagotto neanche tanto piccolo. Era avvolto da una specie di sacco di tessuto bianco a strisce blu, forse ricavato da una federa. Chi l’aveva fatto doveva averci dedicato un bel po’ di lavoro, dal momento che dalle cuciture si vedeva bene era un fagotto di ottima fattura. Si chiese se fosse stato Charlie a farlo, ma poi si convinse del contrario. Era un lavoro da donna, quello, pensò.
“Qui dentro c’è il mio sax.”
Gliene aveva parlato del suo sax. Dalla descrizione sembrava si trattasse del miglior Selmer mai creato dai francesi, anzi, addirittura forgiato da qualche divinità sovrumana. Quando quel moccioso parlava del suo strumento musicale sembrava quasi si riferisse a una specie di amico immaginario.
In realtà tutti quegli strani racconti divertivano Horace, anche se in fondo li riteneva un mucchio di cazzate belle e buone.
“Hey, ragazzino. Ma tu a scuola non ci vai?”
“Si, di giorno.” Rise. “Mica si va a scuola la notte.” Rise, un po’ impertinente.
“Non fare il furbo con me! Se stai sveglio la notte, di giorno dormi in piedi.”
“Qualche volta.”
“Qualche volta?”
“Qualche volta.” Concluse con candore. Prima che l’altro potesse continuare quel divertente terzo grado, Charlie, con un gesto rapido e fluido estrasse da quella strana custodia uno strumento ancora più strano. Le chiavi di quel sax contralto brillavano alla fioca luce dell’ambiente, e terminata quella fugace magia ebbe la certezza di quello che già si aspettava. Un sax contralto tutto ammaccato, con qualche pezza di ossidazione brunastra qua e là. Dopo averlo osservato un po' meglio, Horace notò che quella piccola caldaia aveva anche i tamponi molto malandati. Doveva essere il residuato di qualche banda militare della fine del secolo prima, o provenire dall’Europa insieme a qualche musicista di terz’ordine. Per i coetanei di Charlie doveva essere un serio motivo d’invidia, ma per un vero musicista si trattava solo di un piccolo bidone per cui non valeva neanche la pena di soffiarci dentro.
“Ti piace?” Gli chiese il ragazzino, sorridendo.
“Non è male.” Rise di gusto Horace. “Ma suona?”
Charlie aggrottò le sopracciglia.
“Certo che suona! Cosa credi?” Il giovanissimo non poteva sopportare una simile insinuazione. Sembrava proprio che il musicista lo avesse ferito nel suo amor proprio più intimo.
“Suona, eccome.” Continuò “Devi solo inclinarlo un po’… così.” Aggiunse mimando il movimento che faceva per cavare fuori le note. Charlie sapeva di essere stato preso in contropiede, ma l’altro non infierì. Ora tutti e due sapevano che quel contralto era un ferrovecchio e nient’altro.
“E quando lo suoni?”
Il ragazzino parve riflettere alla domanda.
“Nel pomeriggio. Mi esercito tutti i pomeriggi, ma non c’è nessun musicista che mi può insegnare.” Sottolineò con una punta di rammarico.
“Alla tua età devi pensare alla scuola.” Fece Horace, con una punta di severo paternalismo. Dopotutto anche lui era andato a scuola. Di musica.
”Ma io l’ho detto a mia mamma che a scuola non insegnano niente. I professori non valgono un cavolo, e poi a me quello che interessa è la musica...”
“Tua mamma… dico bene!” incalzò il musicista. “Lei non ti dice un accidente? Sei qui tutte le sere…”
“Lei fa le pulizie di notte alla Western Telegraph Company. Esce di casa la sera e torna la mattina. Crede che io adesso sia a casa a dormire.” Gli rispose con l’aria da folletto.
Il giovane musicista lo guardò con aria di rimprovero. “E tuo padre?”
“Papà è partito, e non so dov’è. Ma non mi interessa neanche. Se voleva stare con me, non se ne sarebbe andato.”
Un altro senza padre, pensò subito Horace. Per un attimo cercò di fare un raffronto fra la sua storia e quella di quel moccioso. Forse era meglio averlo perduto che averlo visto fuggire, si disse. Anche se in entrambi i casi, a dodici anni, tutti e due potevano dirsi orfani.
“Io voglio diventare un musicista, come te.”
“Ah, bene. Proprio bravo.” Grugnì Horace. Non gli bastavano i suoi casini personali, adesso doveva anche avere un piccolo rompiscatole tra i piedi che non aveva trovato niente di meglio da fare che ispirarsi a lui.
Era troppo, anche per quella sera.
“Ascolta ragazzino. Adesso io ti offro qualcosa da bere, un bicchiere di latte, di ananas o quello che vuoi tu, ma tu mi prometti che dopo te ne ritorni a casa a fare la nanna.” Poi aggiunse abbassando la voce. “Questo posto è per i grandi, non per i bambini. Va bene?”
Detto questo il piccolo Charlie lo guardò dritto con quei grandi occhioni nocciola e l’aria un uccellino caduto dal proprio nido. Un uccellino, si gli sembrava proprio un uccellino.
Terminate quelle parole vide che al bancone si stava avvicinando un certo Wilson, un bianco con la faccia un po’ butterata e dai modi anche troppo affettati. Chiuso nel suo soprabito doppiopetto nero parlottò per qualche attimo con il barista per poi sparire nel retro del locale, a parlare con il gran capo, il proprietario dell’intera baracca. Wilson era un degli scagnozzi di Fred Grey, uno dei tanti collaboratori di Tom Pendergast, il gran capo di tutti i capi, il politico più influente della città. Nell’altro angolo del locale notò che era arrivato anche un certo Vinnie Mastrogiacomo, uno degli uomini di Johnny Lazia, che con Pendergast era socio d’affari. La mente e il braccio, come li chiamava qualcuno, rispettivamente un boss travestito da politico e un criminale camuffato da uomo d’affari. Per Horace erano solo uno spietato maneggione il primo e un macellaio il secondo, ma nessuno, per fortuna, aveva mai chiesto la sua opinione. Ad ogni modo a essere sfruttati erano quelli con il colore della sua pelle, e non la feccia italiana, irlandese o, peggio, wasp, e questo all’uomo non andava proprio.
Vinnie faceva coppia fissa con un tipo detto Froggie, con cui Horace aveva un conto in sospeso. I superiori dell’italoamericano non vedevano di buon occhio che il loro sottoposto si facesse aiutare da un nero.
“Quel negro è un pazzoide! Ti procurerà solo casini!” Gli ripetevano spesso, e il bello è che anche Vinnie ne era convinto. Tuttavia quel gangster di mezza tacca non voleva più fare certe cose, e così le appaltava all’afroamericano, sedotto dal potere del mondo criminale. Quest’ultimo però non aveva ancora capito che in caso di emergenza il primo a essere sacrificato sarebbe stato proprio lui.
Quella sera avrebbe potuto essere la resa dei conti, e il musicista lo sapeva. Quello non era un posto per grandi, come aveva detto a Charlie, pensò. Quello era un posto per uomini perduti. Una ragione in più perché il piccolo si togliesse dai piedi scatole nel più breve tempo possibile.
Un’ombra attraversò la porta vetri del locale, e, come d’istinto, Horace avvertì una presenza. Neanche a farlo apposto volse lo sguardo all’uscio e vide Froggie che stava entrando, da solo. L’uomo salutò con un cenno alcuni dei presenti e si precipitò immediatamente da Vinnie, con cui iniziò a parlare a bassa voce, gesticolando nervosamente, mentre si guardava in girò con fare circospetto. Gli sguardi di Horace e di Froggie si incrociarono proprio come le due spade di un combattimento all’ultimo sangue, entrambi in parte riparati dalle larghe tese dei cappelli. L’odio che provavano l’uno per l’altro era qualcosa di difficilmente immaginabile per qualsiasi altra persona, e riuscirono a trasmetterselo anche in quei brevi attimi. In un modo o nell’altro era arrivato il momento di un loro confronto, si ripetè il musicista fra sé e sé. Quello che avrebbe potuto fare la differenza tra i due sarebbero stati il contralto di Horace e la pistola di Froggie.
Vinnie, con fare spocchioso, se ne andò. Sulle note di un sax che interpretava un po’ troppo liberamente Wolverine Blues, Froggie si avvicinò al tavolo a cui era seduto l’altro con aria spavalda insieme al ragazzino. Si fermò davanti a Horace catturando a malapena l’attenzione del più piccolo, sfoggiando un largo sorriso finto che non lasciava presagire nulla di buono.
Charlie notò una cosa che era evidente a tutti: quei due si assomigliavano come due gocce d’acqua, tanto da sembrare fratelli. Entrambi alti e ossuti, con il volto lungo e stretto, gli zigomi alti e gli occhi stretti, il sorriso ribaldo e l’andatura dinoccolata. Anche i loro abiti erano all’apparenza identici. Ciò che li differenziava era una brutta cicatrice sul mento, che Froggie sfoggiava con sinistro orgoglio. Quel che era più importante era che i loro sguardi non si potevano assolutamente confondere.
“Hey, sono già tre giorni che Josie non torna a casa.”
Horace lo fissò divertito, dopo avere udito quelle parole.
“Ma come? Non mi saluti neanche, e mi chiedi dov’è Josie…”
“Si dice che tu sappia dov’è!”
Il musicista fece un buffo risolino.
“Si dicono tante cose.” Flautò a bassa voce. “A certe storie sarebbe meglio non dare neanche retta. E poi, in che casa dovrebbe essere?”
“Hey, fratello, con me non fare lo stronzo!” Sbotto Froggie, arrabbiato.
“Io non ho fratelli. E comunque tu non sei mio fratello.” Rispose Horace, scandendo parola per parola. Per qualche attimo cadde un cupo silenzio, disturbato dalle note musicali di sottofondo.
“Noi dobbiamo parlare.” Tuonò il balordo.
“E di cosa?”
“Di Josie, tanto per cominciare.”
Josie Kellerman era considerata da qualcuno la più bella ragazza di colore di tutta Kansas City, una stella che luccicava di luce propria. Era stata ballerina in uno dei locali della città, quando Froggie l’aveva notata. L’uomo non le risparmiava frequenti scenate di gelosia e le alzava le mani. Dopo aver incontrato quell’uomo instabile la sua vita si alternava a seconda dei momenti fra il paradiso e l’inferno. Finché una sera non conobbe Horace, che seguì la polvere di quella meravigliosa stella, come si seguirebbe quella di una cometa. E tutto cambiò.
“E che cosa dovresti dirmi di lei?”
“Sei tu che devi dirmi dov’è! Adesso! Subito!”
“Adesso?” trasecolò il musicista. “E se non lo sapessi?”
Froggie diede un’occhiata al ragazzino, che era seduto e se ne stava davanti a lui. Senza che il piccolo lo potesse vedere il gangster fece cenno di tagliarli la gola. Il balordo era un tipo spavaldo, ma non poteva permettergli che quello stronzo gli minacciasse quell’uccellino indifeso.
Con un balzo si levò in piedi.
“Io ho un ufficio, qui nel retro.” Gli propose serio il musicista.
I due si incamminarono verso una porta che portava al vicolo che costeggiava il locale, mentre Charlie si limitò a seguirli entrambi con lo sguardo, dando anche un occhio a entrambi i contralti, sia quello del musicista che il suo. Nessuno li notò in quell’ambiente che cominciava ad essere sempre più affollato. Entrambi si trovarono fuori, per quel vicolo deserto, illuminati da una debole luce. Horace, che era senza soprabito, avverti l’aria fredda e umida che gli penetrava nei vestiti. In quella piccola terra di nessuno in cui campeggiavano pesanti bidoni metallici e sacchi della spazzatura, qualche pantegana banchettava con gli avanzi che fuoriuscivano dai contenitori.
“Adesso possiamo parlare.” Gli disse sottovoce il musicista. Prima che l’altro poté anche soltanto aprire bocca, gli sferrò un violento diretto sinistro alla mascella, seguito da un jeb altrettanto potente. Froggie barcollò, cercando di appoggiarsi al muro per non cadere. Horace lo spinse con tutto il suo peso facendolo andare addosso ai sacchi dell’immondizia. Il balordo ora era a terra.
“Vuoi sapere dov’è Josie, eh?” Gli chiese furente. L’uomo a terra, dopo avere sentito il nome della ragazza, con sorprendente agilità si rimise in piedi lanciandosi contro l’altro. La lotta tra i due adesso era un furibondo corpo a corpo. Froggie tirò una testata a Horace che mollò la presa, ma che comunque riuscì a sferrargli un altro pugno in pieno volto.
Se il viso del delinquente era ora irriconoscibile, al musicista stava uscendo un fiotto di sangue dal naso. I due si guardarono con una cattiveria mai provata prima, ansimando per la colluttazione, con i loro feltri che riposavano entrambi per terra accanto a una piccola pozzanghera. Froggie fissò l’altro per qualche interminabile attimo, per poi mettere la mano destra alla fondina all’interno della giacca.
“No!” Una voce squarciò l’aria, giusto in tempo a bloccare l’azione del criminale. A gridare era stato Charlie, arrivato lì barcollando, portandosi dietro il soprabito del musicista insieme ai due sax. In quell’attimo provvidenziale, Horace si scagliò nuovamente contro l’altro, per impedire che potesse estrarre l’arma. I due finirono entrambi a terra, avvinghiati in una stretta letale.
D’un tratto una specie di larga lama dorata fendette l’aria finendo sulla testa di Froggie, che rimbombò violentemente sul terreno.
Horace si divincolò da quell’abbraccio mortale. Vide che Charlie aveva preso il suo contralto, quel suo piccolo e vetusto ferrovecchio a cui teneva quanto a un amico e l’aveva scagliato sulla testa del delinquente.
Quel folletto rompiscatole e disubbidiente gli aveva appena salvato la vita, si disse. Immediatamente glielo prese di mano, e si alzò in piedi.
Sul volto del ragazzino, spaventato a morte, scorrevano due minuscoli rivoli di lacrime.
“Non è niente Charlie, Non è niente.” Lo rassicurò il musicista, stringendolo a sé teneramente. Per qualche istante gli parve addirittura di sentirlo tremare, ma poi la paura si placò.
“Mi hai chiamato Charlie.” Mormorò il ragazzino, con un sorriso felice. “Grazie.”
Horace udì un rumore dietro di lui. Si girò di scatto e vide Froggie riverso a terra, con il volto interamente coperto di sangue, che brandiva la pistola contro di lui. Con un calcio al polso gli fece volar via l’arma da fuoco, e con una forza al di là di quella che credeva di avere, utilizzò quel che restava del contralto del ragazzo come una clava. All’impatto della testa del balordo quasi tutte le chiavi dello strumento andarono in pezzi, mentre una gli si conficcò nella fossa orbitale.
Per fortuna Horace risparmiò a Charlie quell’ultima scena, ma non poté nascondergli il corpo ormai senza vita di Froggie, che giaceva in una grossa pozza di sangue, con la testa fracassata e il viso completamente sfigurato.
Poco più di una quindicina di minuti dopo arrivarono alcuni poliziotti.
“Chi è?” Chiese quello che sembrava avere i gradi da ispettore.
“Non lo sappiamo. Non aveva addosso ne documenti, ne soldi. Ma un bambino ha visto tutto.”
“E dov’ è adesso?”
“E’ nel locale. Lawson lo sta già interrogando.”
L’ispettore capo Lawson torreggiava con la sua mole davanti al piccolo, che malgrado la situazione riusciva ad avere un’espressione stranamente serena.
“Che cos’hai visto?” Fece l’uomo con voce rauca, mentre con la mano si sistemava i sottili baffi neri e con l’altra si accarezzava il ventre gonfio.
“Gliel’ho detto signore. E’ arrivato un uomo, un bianco, che ha incominciato a picchiare mister Horace. Poi gli ha preso il suo sax e glielo ha rotto in testa.”
“Questo l’hai già detto, negretto.” Bofonchiò, con respiro affannoso. “E l’altro negro che parlava con lui nel locale, dov’è?”
“Di lui non so niente.” Rispose quasi offeso il piccolo. “L’ho visto uscire e poi se n’è andato.”
All’ispettore si avvicinò un altro uomo apparentemente sulla trentina, assai più basso di statura e con una massa di capelli biondi accuratamente ben pettinati indietro con la brillantina.
“Cosa ne dici?”
Lawson parve voler riflettere per un attimo.
“Dico che il negro aveva fatto uno sgarro a qualcuno, e l’hanno ammazzato.” Poi estrasse dalla tasca un portasigarette metallico, tolse dalla custodia una sigaretta sottile che si mise in bocca. “Deve essere per forza andata così.” Aggiunse, mentre uno degli agenti si prodigava ad accendergli il tubo di carta e tabacco che penzolava dalla bocca.
“Ti fidi del bambino?”
“Che interesse può avere a raccontarci storie.”
Charlie guardò entrambi gli uomini, e con un colpo di tosse si schiarì la voce. “Ora posso andare? Per me è tardi, e domani devo andare a scuola…”
Lawson lo guardò severo. Si chiese che cosa accidenti ci faceva un moccioso della sua età in un posto del genere.
“Sparisci, negretto.” Gli ordinò, con una strizzatina d’occhi.
All’udire quelle parole il ragazzino mise all’interno della sua bizzarra custodia bianca a strisce blu un sax contralto Selmer quasi nuovo, dai riflessi dorati e che sembrava voler brillare di luce propria. Gli diede un ultimo orgoglioso sguardo e poi chiuse l’involucro. Dopo avere indossato la sua giacca trapuntata, con un largo sorriso in mezzo al caos se ne andò.
Un giovane afroamericano di non più di venticinque anni, malgrado ne dimostrasse qualcuno in più non, lo mollò un attimo con lo sguardo, squadrandolo interamente. Ai suoi piedi aveva la custodia in pelle di quello che doveva essere un sax tenore.
“Hey, Jimmy.” Fece al barista “Chi è quel ragazzino?”
L’altro rise. La metà dei musicisti sapeva chi era, quel piccolo rompipalle.
”Bazzica qui ogni tanto, quasi tutte le sere.” Gli rispose quel musicista nero, dalla faccia da mastino buono e dagli occhi sporgenti, mentre reggeva in mano un bicchiere di scotch. “L’ho sentito suonare qualche blues con il suo contralto durante il giorno, per la strada, insieme a altri ragazzini.”
“Hey, Lester!” lo schernì il barista. “Non mi dirai che temi la sua concorrenza?”
Il musicista lo fissò con una punta di rabbia. Che cosa accidenti stava dicendo quel fesso. Poi, colta l’ironia, sorrise anch’egli.
“Non dire fesserie. E’ solo un ragazzino.” Disse prima guardando quel liquido ocra che turbinava placidamente nel bicchiere, che fece sparire con un solo sorso.
“Chissà però, magari un giorno…” mormorò, con ancora sulla lingua l’aroma forte del superalcolico, leccandosi le labbra. “Chissà…”
(di Alex Miozzi)
In alto: veduta odierna di Kansas City


