SOMEONE TO WATCH OVER ME

New York City, 1931.
Una cornetta appesa al chiodo.
Era quello il primissimo oggetto che si notava in quel minuscolo ufficio, ricavato non si sa come dal precedente proprietario di quella stamberga, un irlandese che avrebbe potuto serenamente schiattare di cirrosi epatica e che, proprio per la sua boria, si era fatto accoltellare da uno degli uomini di Dutch Schultz. Per ironia della sorte il colpo inflittogli alla schiena non era stato mortale, è ignoto se perché il sicario fosse maldestro o piuttosto perché si trattava soltanto di un avvertimento. Fatto sta che George Patrick Flannery, così si chiamava il malcapitato, era morto di setticemia, due settimane dopo, in un letto d’ospedale.
Andy Goodspeed quella cornetta non la suonava più da almeno cinque anni. Sembrava essere passato un secolo da quando era leader di una delle più importanti band di dixieland, e nel frattempo aveva fatto anche a tempo ad invecchiare un po’. Il suo fisico, che era sempre stato magro, adesso appariva addirittura scavato, e quelli che un tempo erano una massa di capelli appena un po’ radi avevano ormai lasciato il passo a una forte stempiatura. Anche il naso, che conferiva una certa importanza a un viso che diversamente sarebbe stato abbastanza anonimo, sembrava ora ancora più prominente. Guardando fugacemente la sua immagine riflessa nel vetro che stava immergendo la strada sottostante nel buio della sera invernale, pensò quanto la sua storia poteva essere un’interessante metafora dell’America di quegli anni.
Ormai la “Dixiemen Jass Band”, divenuta in seguito “Dixiemen Jazz Band” si era sciolta otto anni prima. Già nel ’18 Milton Roland li aveva lasciati per iniziare una carriera da solista, che aveva avuto anche dei picchi notevoli. Per quanto quest’ultimo, dal carattere impossibile, avesse avuto un pesante alterco con il cornettista, quasi con una scazzottata, una nota di sconforto attraversò i polsi di Andy quando seppe che appena l’anno prima, di questo periodo, Milton venne trovato morto congelato all’interno della sua vecchia Ford, a Chicago. Uno dei tanti homeless, costretti dalla miseria a vivere nell’unica cosa che gli era rimasta, e che gli aveva fatto anche da ultima dimora.
Guardandosi in giro, si ricordò come nel ’25 decise di mettere in piedi quel piccolo locale proprio a New York. A sua sorella ricordava più che altro un minuscolo bordello di Storyville più che un prestigioso locale di una grande città come quelle. Lui sapeva che quello non era il Cotton Club, ma gli era affezionato. Durante gli anni ruggenti gli aveva dato parecchie soddisfazioni, malgrado il proibizionismo, che per fortuna era finito l’anno prima. Poteva orgogliosamente affermare che lì dentro si era sempre fatto musica con gusto, anche se gli artisti che vi erano passati non erano tra i più noti. Il fatto che andasse avanti nonostante i tempi bui era un’ulteriore dimostrazione di quanto valesse.
La separazione con gli altri “Dixiemen” era avvenuta in maniera assolutamente serena. Dopo un turn over di diversi pianisti, con una media di due l’anno, nel ‘23 Sean O’Mullen, il banjoista dovette raggiungere la sorella a San Francisco, rimasta vedova, affiancandola nell’attività di agenzia di pompe funebri del fu marito. Il laconico commento del trombonista Paul Vasquez fu che d’ora in poi al Rosso, come lo chiamava lui, il lavoro non sarebbe mai mancato. Da quel momento, anche senza banjo, e con un nuovo pianista, tirarono avanti un altro anno, finché un bel giorno si convinsero che quella che stavano facendo loro era ormai roba vecchia. Il nuovo sound che si stava affacciando li avrebbe travolti da lì a poco, quindi meglio uscire in gloria, fu il verdetto unanime, con un concerto di commiato che segnò la loro definitiva divisione. Un anno dopo Vasquez si trasferì in Europa, scegliendo Parigi, città in cui vive ancora oggi scrivendo musica per teatro, mentre il contrabbassista Tom McNamara tornò a Crescent, dove con i risparmi accumulati rilevò una pompa di benzina.
Per Larry Coen, il batterista dalla vita sentimentale alquanto avventurosa, tanto da essere denominato “puttaniere” non soltanto dalla pia sorella di Andy, secondo cui la sua anima bruciava già all’inferno da prima di nascere, l’esistenza prese un percorso piuttosto strano. Nel 1918 sposò Winnie Bonham, una ragazza metà di colore e metà Cheyenne proveniente non si sa perché proprio da Washington, se non altro per il fatto che l’aveva messa incinta. Alla fine dello stesso anno nacque Grace, uno splendore di bambina che divenne un po’ la figlia di tutti i membri della band. Forte di questo, Larry ne approfittava per sparire letteralmente dalle sue amanti occasionali in giro per gli States, finché, a causa di un banale incidente domestico, una biblioteca che si era letteralmente staccata dal muro su cui era appoggiata, Winnie restò semiparalizzata alle gambe. Quasi per miracolo, dovuto probabilmente anche al forte senso di colpa, visto che nel momento dell’incidente si stava accompagnando, per così dire, con una ballerina messicana, da quel giorno l’uomo divenne il miglior marito e il miglior padre che una famiglia potesse sperare di avere. Malgrado fino ad allora avesse sperperato tutti i suoi guadagni anche al tavolo verde e negli speakeasy, con lo scioglimento della formazione, grazie anche all’aiuto di Andy, riuscì ugualmente a trovare un lavoro dignitoso in una ditta di spedizioni. Da quel momento la vita parve volergli sorridere, fino al crollo della borsa del 1929. In realtà, da quei giorni parve non voler più sorridere a nessuno. I risparmi che l’uomo era riuscito ad accumulare in azioni nominative che, fino a qualche giorno prima, erano considerate un ottimo investimento, si erano magicamente volatilizzati. Nessuno seppe mai se per lo choc o per il lavoro sempre più pesante a causa di orari allucinanti, o per gli eccessi di un tempo, all’età di 39 anni una tubercolosi fulminante se lo portò via. Inutile dire che moglie e figlia restarono qui, in questa valle di lacrime.
Grace Cohen, che dalla morte del padre iniziò a farsi chiamare con il cognome materno, Bonham, sembrava quasi passeggiare con passo leggero e felpato sul marciapiede della più grande strada cittadina. Si stringeva all’interno di un logoro cappotto di lana grezza dal colore indefinito mentre sopra di lei una leggera neve acquosa sembrava scendere poco convinta. Le strade attorno a lei si contorcevano altrettanto svogliate, con i passanti apparentemente ridotti dalla fame quasi ad automi senza una meta.
La ragazza, che aveva soltanto tredici anni ma che adeguatamente aggiustata poteva addirittura sembrarne diciotto, guardava il mondo attorno a sé con inspiegabile meraviglia con i suoi grandi occhi neri. La carnagione di porcellana ambrata e il viso di una bellezza quasi soprannaturale la facevano sembrare del tutto fuori posto in quella strada in cui nessuno sorrideva. Tuttavia, malgrado questo, non le restava più molto tempo. La neve malaticcia si stava parzialmente sciogliendo, inondandole poco a poco le scarpe rattoppate, e il solo fatto di avere due minuscoli tacchetti le permetteva di avere almeno la parte posteriore del piede ancora asciutta. Ancora un isolato e sarebbe giunta a destinazione.
Da lontano la ragazza vide un omone di colore, piantato sulla porta del locale a fare che cosa nessuno lo sapeva. Bill Miller indossava una giacca in pelle scura quanto il suo colorito. In mezzo alla sua massa di capelli, che aveva cominciato da tempo a portare un po’ più corti, la neve si confondeva come una strana forfora. Anche l’espressione era un po’ più dolce rispetto a qualche tempo prima, benché quegli anni per lui erano stati un vortice di alti e di bassi. Dopo essere stato il pianista ufficiale di un cinematografo, con l’avvento del sonoro si era riciclato come inserviente in una sala da biliardo, poi per breve tempo come aiuto meccanico di un amico, e infine ancora come pianista e factotum all’”Andy’s”, ruolo che svolgeva tutt’ora. L’espressione dolce in realtà la riservava alla donna della sua vita, oltre che alla piccola Grace.
Per quanto fosse già bellissima, e già con le forme di una donna fatta ora nascoste dal misero cappottino, la piccola Grace, come la chiamava lui, era per lui come una nipotina. Anche Laurie, la giovane moglie di Bill, la considerava una di famiglia, malgrado nel giro dei loro amici di colore la ragazzina fosse ritenuta da alcuni una bianca. Dall’altra parte, non pochi bianchi la consideravano una nera in tutto e per tutto. Da tanta discriminazione bilaterale è facile intuire perché scelse di ripudiare il cognome ebraico.
“Finalmente, piccola!” rantolò Bill, con uno sguardo finto arrabbiato che riuscì soltanto a strappare a Grace un sorriso. “Dentro!”
Il piccolo locale era decisamente accogliente. A quell’ora la solita acre nuvola di fumo non si era ancora impadronita dell’ambiente, e del resto le uniche persone presenti là dentro, oltre a Bill e Grace, erano Frank il barista e Mrs. Sarah, la cameriera.
Grace salutò timidamente i due. Per tutta risposta Frank sfoggiò uno dei suoi soliti sorrisi ebeti da vetusto damerino d’altri tempi, tipico di chi dà l’impressione di avere visto per la prima volta una donna sulla faccia della terra, mentre come al solito il saluto della terribile cameriera fu un grugnito. La gelosia della donna nei confronti di qualsiasi altro esemplare del genere umano femminile, a cui apparteneva lei stessa, era nota, irrazionale sentimento che non risparmiava nemmeno una ragazzina di tredici anni, evidentemente.
Bill si guardò in giro con un certo malcelato nervosismo. Il boss non era ancora sceso dal suo ufficio inerpicato in cima a quella scala ripida come una piccola montagna. Ma cosa accidenti aspettava, chiese fra sé e sé. La piccola era lì per un’audizione, ma né lui né Andy sapevano bene che cosa in realtà quella ragazzina sapesse davvero fare. Diceva di sapere ballare, malgrado spesso fosse non troppo coordinata, al limite del maldestro. Inoltre raccontava di saper anche cantare, ma nessuno l’aveva mai sentita. Quello di cui l’uomo era certo è che lui, regolarmente, quando la invitava a casa sua, in compagnia della moglie le faceva ascoltare i 75 giri in vinile, per lo più i race record che quando poteva acquistava. C’era di tutto, da Jerry Roll Morton a Duke Ellington, fino a Louis Armstrong, che Andy raccontava di avere conosciuto a New Orleans anni addietro, prima che diventasse famoso. Tuttavia quella produzione discografica, a causa di quella maledetta recessione, dopo giorno stava di fatto sparendo dalla circolazione. Ancora qualche mese, di quel passo, e nessuno avrebbe trovato più un disco, anche di quelli buoni, quelli delle case editrici dei bianchi.
Era strano quando Grace si trovava a casa loro. Era capace, come tutti i giovanissimi quando scoprono qualche cosa di nuovo, di ascoltare ininterrottamente lo stesso brano per più di una decina di volte. Era buffo guardarla mentre si avvicinava con il viso ai microsolchi del disco sul piatto che girava, un po’ come fanno i cani quando annusano qualcosa. Laurie allora le accarezzava affettuosamente la testa, sperando un giorno di avere con il marito una figlia deliziosa come lei.
Dall’alto la lucerna dell’ufficio di Andy si spense. Passarono una manciata di attimi che per Bill furono anche troppi. E dai, Andy, deciditi a scendere, avrebbe voluto dirgli. E avrebbe anche potuto, in un’altra occasione, ma non quella volta. Lì c’era Grace.
I presenti intravidero un’ombra affusolata che, passo dopo passo, scendeva le scale facendo appena scricchiolare le assi di legno della scala.
“Ciao, Grace” la salutò l’uomo, sfoggiando il sorriso tenero di un vecchio zio.
“Ciao, Andy”.
In quegli attimi persino Mrs. Sarah parve avere un’espressione un po’ meno truce, ma forse era solo un’impressione.
“Ci hai chiesto… un’audizione… vero?”
La giovane non riuscì nemmeno a parlare, limitandosi ad annuire con il capo. Il pianista ricambiò con un altro sorriso visibilmente forzato, tanto da sembrare una smorfia.
Andy era paradossalmente più imbarazzato della ragazza, mentre Bill, quasi istintivamente, si affrettò di sedersi al piano. Almeno lì era al sicuro dal mondo intero.
Il titolare del locale sapeva quanto la ragazza avesse disperatamente bisogno di lavorare, ma gli era oscuro che cosa sapesse veramente fare. D’altro canto, lui una cameriera l’aveva già, che bastava e avanzava, e non sapeva come impiegare la ragazza in altro ruolo.
“Sai cantare, vero?” le chiese nervosamente il pianista. “Mi hai detto che sai cantare e ballare, vero?”
“Cantare, sì.”
Implicitamente aveva già detto di non saper ballare.
“Bene. Cantare! Sa cantare.” Annunciò agli altri. “Cosa ci…”
“Sì, che cosa vuoi cantare…” continuò Andy, che se la stava facendo letteralmente sotto dalla paura. Aveva promesso a Larry che avrebbe aiutato sua figlia, e si stava sforzando di farlo, senza sapere come. Dire che aveva i vermi nella pancia era un eufemismo. Bill riuscì a chiudere gli occhi, con il capo quasi appoggiato al pianoforte verticale, di gran lunga più economico, che sei mesi or sono aveva sostituito il mezza coda.
Mrs. Sarah squadrò la ragazza da capo a piedi, con la stessa aria di chi sta guardando una lurida tazza da cesso da pulire. Dopodiché iniziò a passare lo straccio bagnato sui tavoli più in fondo, stufa di quella meschina rappresentazione. Una bambina, o poco più, che fingeva di fare un’audizione era una delle cose più ridicole a cui si potesse assistere, pensò. Con tutti i cantanti e musicisti disoccupati che si erano riciclati in hobo, i braccianti stagionali che si spostavano clandestinamente su carri merci da una costa all’altra, pensò, quella era davvero un’offesa alla ragione. E poi, un conto era cantare davanti a due specie di zii, un altro paio di maniche era farlo davanti a dei clienti, paganti per giunta.
Senza farselo ripetere la ragazzina attaccò con una specie di gorgheggio, scandendo poi distintamente le note di una celebre canzone dell’epoca.
Bill era nel panico. Non riusciva a trovare la tonalità giusta con cui accompagnarla, e non si permetteva di percuotere troppo i tasti del piano per non coprire quella vocina da usignolo.
Andy ammutolì, dandosi dell’idiota. Per un attimo pensò a quando, per scherzo, Larry cantava facendosi accompagnare da Milton Roland, ai loro inizi, nel ‘16. La gente di passaggio scambiava sempre il batterista per un cantante d’opera fatto e finito, ma per loro era soltanto uno scherzo. E se quella voce l’aveva il padre, perché non la poteva avere anche la figlia.
“Grace, va bene!” la interruppe.
Gli occhi di Bill stavano quasi per scoppiare, mentre Frank aveva l’aria di un inutile felino sul punto di addormentarsi.
“Perché la fai smettere?” tuonò con la voce rauca di sempre Mrs. Sarah. “E’ la prima volta da un po’ di tempo che sento cantare qualcosa con tutte le note al loro posto!” La donna aveva assunto la posizione di un lanciere, con lo spazzolone brandito energicamente nella mano destra.
“Falla catare, ho detto!” ordinò la donna senza troppi complimenti. “E fottitene se è una bambina! E’ maledettamente brava!”
Era fatta. Si disse Grace, mentre camminava lesta sulla via di casa. La neve si stava facendo più seria, e quello che prima erano una serie di pozzanghere biancastre stavano diventando delle candide isole. Sicuramente l’indomani ci sarebbe stato da spalare. Malgrado i suoi piedi fossero nuovamente umidi, a Grace sembrava non importare. La parte era sua. Avrebbe iniziato fra due giorni. Già l’indomani mattina avrebbe provato un repertorio iniziale con lo zio Bill. E in tasca aveva un anticipo che avrebbe permesso sia a lei che alla madre di acquistare da mangiare. Questa volta cibo vero.
A soli tredici anni, dichiarati diciotto, era la cantante dell’”Andy’s”, con lo zio Bill come suo pianista accompagnatore, e lo zio Andy a farle da manager.
Malgrado anche il cappotto si stava infradiciando, e stava scendendo un gran bel freddo, era come se la città fosse tutta sua. Le sembrava, come per magia, di camminare addirittura sui biscotti, ed era così felice che dagli occhi le sgorgarono due grandi lacrime che in un attimo scesero per le guance.
A un semaforo una signora la osservò. Era una donna bianca dalla corporatura esile, con una chioma bionda raccolta sotto un cappellino di fattura economica, con lineamenti assai graziosi e un’aria molto dignitosa.
“Tutto bene, ragazzina?”
“Si, signora. Grazie.”
Malgrado le sorridesse, Grace non smetteva di lacrimare.
“Scusa… Lo so che non sono fatti che mi riguardano… ma perché piangi?”
La giovane si asciugò le gote con le punte delle dita scoperte dai mezzi guanti, senza smettere di sorriderle con innocenza.
“Mi vergogno a dirlo, signora, ma piango perché sono felice.”
Anche la donna le sorrise, un po’ stupita per quella particolare risposta.
“Buon per te, allora, piccola.”
Giunta a casa, salì le scale e in meno che si dica giunse al secondo piano. Aprì l’uscio, entrò e un effluvio di minestra di cavoli la stordì. Giunse in cucina dove trovò sua madre accanto alla stufa in ghisa, che si arrabattava per rendere meno indigesta quella specie di brodaglia spuria.
Le due si sorrisero, e prima che Grace potesse aprire bocca, sua madre la precedette.
“Dai, racconta.”
La narrazione fu più lunga del previsto, tanto quel brodo poteva tranquillamente aspettare.
“Scusami, tesoro.” la interruppe la madre.
“Dimmi, mamma.”
“Ma quando ti hanno chiesto come faceva a sapere tutte quelle canzoni, e come sapevi cantarle così… tu… cosa… Voglio dire, cos’hai detto loro…”
Anche Grace a quell’interrogativo non sapeva più di tanto fornire una risposta troppo coerente. Per un attimo fece mente locale, evitando accuratamente di ripetere le sciocchezze che aveva riferito a Andy e Bill, e che loro avevano cortesemente finto di credere, tra le risate di Mrs. Sarah. A loro aveva raccontato di avere preso lezioni di canto, ma nessuno era tanto stupido di credere a una fesseria del genere. Nemmeno Frank il barista. E poi, con quali soldi, e da chi?
“Tu a lezione di canto non ci sei mai andata, dopotutto.” Parve arrendersi la madre, come se avesse saputo della bugia raccontata.
Grace era all’angolo. Riuscì a malapena ad accennare un sorriso birichino.
L’unica cosa che le rimase fu quella di aprire bocca, e cantare, ancora una volta.
(Alex Miozzi)
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