MAGNETIC RAG

New York City, New York, 1908.
Una miriade di passanti stava quasi correndo nelle strade della metropoli sotto il caldo sole di quella bizzarra primavera. Dall’alto degli altissimi palazzoni in costruzione, piccole torri di Babele, all’interno di una vera e propria nuova Babele, parevano quasi formiche che si rincorrevano, ognuno con la sua meta da raggiungere, chi la fabbrica, chi l’officina e chi altro ancora. Il tempo atmosferico si alternava in giornate piovose, un po’ troppo malinconiche per la stagione, ad altri giorni in cui il solleone pareva essere addirittura più caldo di quello che avrebbe dovuto.
Dentro a un appartamento di quell’edificio che faceva angolo, quello costruito in mattoni rossi a vista, costruito e appartenuto fino a un decina d’anni prima a un anziano e facoltoso commerciante ebreo, Rose stava pulendo il tavolo inumidito con uno straccetto, e, quasi per curiosità, diede un’occhiata fuori dalla finestra per vedere uno scorcio di cielo. Aprì gli infissi in legno di quella grande finestra, facendo entrare un po’ della frizzante aria del primo mattino. Elizabeth, detta Betty, la più grande delle tre figlie, l’unica che si accingeva ad andare a scuola, osservava la madre con lo sguardo corrucciato, mentre le sue tre sorelline più piccole, Maggie, Penny e Carrie, si facevano beffe di lei perché a scuola non ci sarebbero andate. Accanto a lei, sul tavolo, c’erano i quaderni e i libri stretti stretti in una minuscola cinghia di cuoio con la fibbia dorata, in realtà una vecchia cintura trasformata per l’occasione. La madre ricambiava la figlia con uno sguardo pieno d’orgoglio, perché sua figlia poteva andare a scuola, a differenza di quasi tutti gli altri neri. Lei stessa aveva imparato a leggere e scrivere dal marito, che si stava preparando nell’altra stanza con serafica pacatezza.
Non si poteva definire la loro casa una reggia, tuttavia non erano in molti, ad Harlem, a potersi permettere un appartamento di proprietà al primo piano, con quattro locali e un piccolo bagno interno. All’arredamento ci aveva pensato personalmente lei, con le tende bianche e azzurro pastello in tono, la credenza e il tavolo in legno massiccio e i tappeti provenienti da non si sa bene dal lontano oriente. Come aveva mormorato qualche sua maliziosa ospite pomeridiana, sembrava la casa di una famiglia di bianchi. Che fosse disapprovazione piuttosto che invidia non lo si poteva sapere, ma sia lei che il marito erano a conoscenza di questo, e non importava molto a entrambi.
Robert entrò in quella sala vestito di tutto punto. Con indosso un abito scuro, una camicia inamidata dal colletto alto e stretto e un cravattino di seta era decisamente elegante. Poneva una grande cura anche alla capigliatura, spruzzata qua e là di grigio, corta ai lati e ben impomatata in alto, con tanto di riga laterale. Doveva essere sempre elegante, era solito ripetere, perché un musicista nero, anche se è un grande musicista, resta sempre un nero in una società di bianchi.
Prima di fermarsi in quella città e di sposarsi con Rose, di più di una quindicina d’anni più giovane di lui, quel prestante uomo di colore, alto e forte, aveva girato parecchio gli Stati Uniti, fin dall’infanzia. Malgrado questo, suo padre, uno dei tanti negro ministrel, nulla aveva fatto mancare sia a lui che a sua madre, accettando anche lavori massacranti a condizioni tutt’altro che favorevoli. Alla fine però, grazie anche a un impiego stabile ottenuto della madre a Chicago, città scelta dal padre perché laggiù confluiva gran parte dell’immigrazione nera proveniente dal sud, aveva potuto studiare pianoforte. In quella città, aveva pensato suo padre con una certa lungimiranza, un musicista blues fino ad allora itinerante non sarebbe certo morto di fame. E aveva avuto ragione.
Per il figlio i rudimenti di pianoforte gli erano stati forniti inizialmente, con lezioni private, da un musicista europeo, un tizio di nome André DuLac. Era un omone con una gran barba grigia, a metà strada tra Karl Marx e un orco, che non ne voleva sapere assolutamente della musica popolare statunitense. Le uniche note che per lui esistevano erano quelle pianistiche europee, ed anche il resto della classica, dalla sinfonica alla lirica, per lui costituiva qualcosa poco meno che robaccia. Alla sua prematura morte per tifo era subentrato all’insegnamento un americano bianco, Gordon Thomas, un tipo altrettanto originale che prima di diventare pianista, aveva fatto parte di una delle band di John Philip Sousa come trombettista. Fisicamente all’opposto dell’altro, con una testa quasi completamente calva, un naso piuttosto pronunciato e con il monocolo perennemente appoggiato a un occhio sinistro, sosteneva diversamente che la musica bisognava conoscerla tutta, anche quelle ballate irlandesi che mal sopportava, ma che avrebbero permesso di esibirsi pubblicamente in qualsiasi stamberga, e quindi di sopravvivere, nella peggiore delle ipotesi, anche durante una traversata su di un transatlantico. Questo perché Gordon, oltre alle ballate celtiche, soffriva anche il mal di mare. Forse non si trattava di una visione così artistica della musica, ma era certamente un punto di vista realistico, si diceva Robert.
Diede un'altra occhiata ai suoi famigliari ed estrasse dal panciotto la sua cipolla d’oro legata a una fine catena dorata. Era già ora di andare. Fece a malapena in tempo a bere un caffè in piedi, a sgranocchiare un tozzo di pane imburrato, ma senza sporcarsi con una sola briciola, e a salutare la moglie e le altre tre figliolette. Betty sarebbe uscita con lui, per andare a scuola.
Una volta accompagnata la figlia, si incamminò a piedi verso i locali alla casa di editrice che pubblicava regolarmente la sua produzione. Sotto braccio aveva un mucchio di fogli di spartiti musicali scritti a mano con il pennino a china. Osservava intorno a sé una fiumana di persone, la maggior parte neri o emigrati dall’Irlanda, e qualcuno anche dall’Italia, svolgere lavori umili e logoranti. Gli cadde l’occhio su di un povero diavolo, un ragazzino di dieci anni, forse, che trasportava a fatica un’enorme sacco di calce a momenti più grande di lui. Lui, per fortuna, aveva evitato quella vita pazzesca benché dalla sua infanzia il luogo dove aveva passato la stragrande maggioranza del suo tempo fosse sopra uno sgabello davanti a un pianoforte. Qualcuno di quelli, con gli sguardi stralunati dalla fatica, lo guardava con un disprezzo neanche troppo nascosto. Se li immaginava i sarcastici commenti secondo cui un altro nero voleva scimmiottare i bianchi, un altro maledetto Zio Tom venduto pronto a farli ballare e divertire, che rinnegava la sua razza pur di non rompersi la schiena come quei poveracci.
Per scacciare quei pensieri che lo mettevano a disagio, gli ritornarono alla mente gli autori classici che aveva studiato quasi a memoria. Chopin, primo fra tutti, e fra tutti il preferito, ma anche Bach, Vivaldi e Mozart. A un certo punto della sua vita, più o meno all’età di quindici anni, ogni spartito che gli capitava tra le mani doveva suonarlo e risuonarlo, e conoscerlo a fondo in ogni sua parte. Quando questo gioco gli era riuscito come voleva lui, e il brano era qualcosa di quasi suo, ne faceva delle improvvisazioni. Trasformava lentamente qualsiasi brano in qualcosa d’altro, giocando con i tempi d’accompagnamento della mano sinistra, che passava da una ritmica classica ad un più movimentato due quarti, alle elaborazioni della mano destra. Un tema, pur continuando ad avere le stesse note d’accompagnamento, si trasformava in qualcosa d’altro, e poi d’altro ancora. Anche l’ascoltatore più attento veniva ingannato da quel turbine di variazioni, al punto che il suo stesso maestro, andava in confusione. Già allora aveva iniziato a prendere appunti su quelle bislacche variazioni, con il presentimento che in un modo o nell’altro un giorno potessero tornargli utili.
Era arrivato a destinazione. Notò come la decina di isolati percorsa da casa sua a quel luogo significasse il passaggio tra due diversi mondi molto diversi tra loro. Lui veniva da quello dei neri, ed era giunto in quello dei bianchi, con una strada così breve. Dopo questa estemporanea riflessione, salì i sette larghi scalini di una corta scala di marmo appartenenti a un edificio in stile georgiano, anch’esso di mattoni, ed aprì una porta in legno e vetro su cui era attaccato una targa metallica con incisi due nomi. “Oliver & Stanley”, rispettivamente Harm Oliver e Jefferson Stanley, soci proprietari, assoluti tiranni e al contempo alacri schiavi e factotum di un’attività commerciale che faceva sembrare quel posto una stamperia di folli anarchici rivoluzionari. Entrando, oltre all’odore pungente d’inchiostro e al miasma ferroso che sprigionavano le macchine per la stampa, c’era anche la classica puzza dei luoghi per fumatori. Un misto di fumo di tabacco e pece avvolgeva ogni cosa, e persino la carta, annusandola, odorava di quello sgradevole impasto. Per non parlare dell’inesistente ordine che regnava in quell’ampio locale, tra scaffali di libri mal riposti e pacchi di carta appoggiati praticamente ovunque.
“Harm! Harm!” urlò un ometto baffuto dalla testa ricoperta di lunghi e spettinati capelli castano chiari, contornata con una visiera di tessuto simile a quella dei croupier. “Ben! Sei sordo?”
“Cretino di un inglese! Sto arrivando!” gli rispose l’altro da dietro una porta, urlando anch’egli ma con un tono di voce assai più rauco. “Dammi il tempo!”
Robert si limitò a sfoggiare un sereno sorriso, alla vista dei due uomini.
“Ciao, Bob!” Latrò Harm, balzando fuori dall’uscio che lo nascondeva, e tenendo in bocca un grosso sigaro. “Avevamo bisogno proprio di te!”
“Hey, Harm, perché parli al plurale?” obiettò l’altro, con fare quasi stizzito, stretto nel suo grembiule nero e con gli avambracci ricoperti da tubolari dello stesso colore.
“Perché dobbiamo pubblicare al più presto quello spartito che lui ha scritto! L’hai già dimenticato, smemorato di un inglese?”
“No, non l’ho dimenticato. E’ che stiamo già stampando quelli altri spartiti arrivati ieri da…”
“Non mi interessa di quella roba! Occupatene tu! Io di quello non ne voglio neanche sapere!” Tuonò Oliver, vestito più o meno come il collega, ma con in testa una specie di panama più grigio che panna. Il suo viso era rotondo e rubizzo, con guance pesanti e rossastre. A forza di bere anche il suo fegato doveva essere pesantemente malandato, ma a parte il colore del volto e il fisico da tricheco, quel quasi cinquantenne un po’ sciupato sembrava godere di ottima salute. In compenso Stanley, che sembrava un po’ più giovane, aveva quasi dieci anni più di lui.
“Vieni in ufficio, ragazzo mio. Beviamoci un bel caffè.”
Il musicista lo seguì nell’altra stanza, a differenza della prima un po’ meno caotica. Almeno lì c’era un posto a sedere libero da scartoffie. Robert, dopo aver appoggiato la bombetta sull’attaccapanni di vimini all’ingresso, si sedette comodamente, osservando divertito la lotta che quell’altro stava facendo dall’altra parte della scrivania, nel tentativo di spostare una piccola pila di libri.
Lo aveva conosciuto una sera in un locale. Il posto, una bettola molto simile a un saloon dell’ovest chiamata “Rusty’s” frequentata per lo più da neri, offriva whisky di pessima qualità, gioco d’azzardo a volontà ma anche ottima musica. Erano i primi anni del secolo, e si stava imponendo una musica nuova chiamata ragtime. Seguendo i consigli di Gordon Thomas, e le sue esperienze personali, aveva capito benissimo che un nero non avrebbe mai potuto diventare un concertista o anche solo un compositore classico. Per quanto bravo fosse era solo un nero in una società di bianchi, e fare musica colta significare occuparsi di qualcosa che non gli doveva né poteva appartenere. Però avrebbe potuto diventare un musicista di quel ragtime, o più semplicemente rag, in bilico tra il rondò classico e quel patchwork musicale nordamericano che tanto piaceva ai suoi concittadini. Ed era stata una scelta giusta. Da quel momento non si sarebbe sentito altro che quella musica, di difficile esecuzione e finalmente scritta, così come era musica scritta quella classica, ma con motivi decisamente accattivanti. Si trattava di brani con un preciso schema metrico, con quattro brevi temi ognuno di sedici battute, ripetuti due volte, tranne il primo, che proprio a metà della composizione veniva eseguito una terza volta. Era piacevole e ballabile, in quei round walk che tanto entusiasmavano sia i neri che i bianchi, con quel particolare passo, il chasse beau. Una volta tanto c’era qualcosa che univa quei due popoli, il bianco e il nero, si diceva Robert, quel chasse che i musicisti francofoni della Louisiana continuavano a ripetere senza stancarsi, e che altrove veniva inevitabilmente storpiato in jass. Una musica che oltrepassava le barriere sociali e razziali, ricordandosi ancora di come, negli ultimi anni del secolo precedente, le disposizioni della Suprema Corte avessero stabilito che la popolazione nera e quella bianca avrebbero dovuto vivere in ambiti totalmente separati gli uni dagli altri. Ebbe infatti qualche problema con un paio di musicisti, di cui uno forse creolo, che seguirono alla lettera la nuova norma, e che da quel momento si rifiutarono di suonare ancora con lui. Ebbe notizia che quel provvedimento in alcune città del sud, tra cui New Orleans, obbligò proprio i creoli ad andare a stare nelle stesse zone abitate dai neri, con forti disagi per entrambi. Forse per quello qualcuno di questi si finse addirittura bianco, se non altro per evitare di confluire in un’area culturale che proprio non gli apparteneva.
“Parliamo di affari, ragazzo mio!” Grugnì Oliver, togliendosi una volta tanto il sigaro dalla bocca per appoggiarlo sul portacenere posto al lato più esterno del tavolo.
“Ho quel nuovo spartito.” Affermò Robert.
“Questo è quello che volevo sentire, ragazzo mio!” Esclamò l’altro. “Questa è musica per le mie orecchie!”
Il musicista prese la cartelletta che reggeva in mano e la passò all’altro, il quale, con una certa avidità iniziò, a sfogliare velocemente.
“Bene, bene. Un sincopato…” borbottava fra sé e sé “sembra un buon…”, s’interruppe. Graham Oliver era stato anch’egli pianista, in gioventù, prima di diventare libraio, poi distributore e infine, dopo aver conosciuto quell’anima pia di Stanley, anche editore.
“Perché qui sotto non è sempre in quattro quarti? Di solito non è in due?” Chiese con un punta di rabbia nella voce. Normalmente i ragtime avevano la linea del basso, eseguita con la mano sinistra, che suonava in un saltellante due tempi, ma in quel brano Robert voleva assolutamente sperimentare anche un quattro quarti, che nell’esecuzione suonava assai più fluido.
“E’ una prova. Quando lo sentirai vedrai che è meglio del solito due tempi.” Rispose con sicurezza.
“No, ragazzo mio, non puoi farlo! Non è questo che la gente vuole sentire! Si abitua a una cosa e non puoi cambiargliela così, su due piedi!” Reagì l’altro. “Se non stiamo attenti qui ci mangiano vivi!”. Sventuratamente Harm Oliver aveva più di un rudimento in fatto di musica.
Robert pensò che con una mentalità del genere la musica sarebbe rimasta ancora ai canti gregoriani, ma tenne per sé quel pensiero. Chissà poi se Harm sapeva cos’erano.
“Se mai cambiamo, mai sarà possibile proporre quel vento di novità di cui parli sempre tu.” Cercò di tranquillizzarlo
“Ma io parlo di novità che già si conoscono!”
“E che novità sarebbero, se già si conoscono?”
Harm fissò il musicista quasi con astio. Era caduto in una delle sue trappole verbali, o, peggio, si era incartato da solo in uno dei suoi pensieri ad effetto, tanto poveri quanto efficaci.
“Beh, novità per novità, questa roba deve essere in due tempi!” grugnì furente, più con sé stesso che con l’altro. Poi si grattò la testa, e sbuffò. “Non senti quello che fanno i tuoi colleghi? Tom Turpin, va bene, per me è superato, ma Scott Joplin? Hai ascoltato che razza di roba fa? Fa impazzire anche mia nipote! E io non posso rischiare con quello che hai scritto qui?”
Entrò in ufficio Stanley, senza bussare ne niente.
“Harm! Ci hanno portato quegli spartiti che…”
“Sto parlando, per la miseria!” Ululò Oliver. “Lo vuoi capire che stiamo discutendo di cose serie! E tu vieni a rompere in un momento come questo!!
“Ma il fattorino deve esser pagato!” Rispose, Stanley senza scomporsi troppo.
“Prendi questi!” latrò l’altro al socio, allungandogli alcuni centesimi con un gesto esageratamente plateale. “Bastano questi o devo andare in banca a chiedere un prestito?”
Stanley assentì con il capo, nascondendo un mezzo sorriso. Graham era insopportabile ma anche parecchio comico, e non sempre volontariamente. Ma non bisognava ridere troppo con lui, dato che era anche molto permaloso.
“Cosa diavolo ti dicevo, ragazzo mio?” Gli chiese l’omone, lisciandosi i minuscoli baffetti neri sotto al naso al di sotto di uno sguardo completamente perso.
“Eravamo al mio spartito, e ai quattro quarti…”
“Si, ci sono, ci sono!” Ansimò l’altro interrompendolo, portando entrambi le mani al volto nervosamente. “Ti dicevo di Scott Joplin! Ma potrei citarti anche tanti altri…”
“Li conosco. Li conosco anche di persona.” Ad interromperlo stavolta fu il musicista, che aveva conosciuto Joplin diversi anni prima di venire a stare a New York, e con cui aveva anche amichevolmente dissertato sull’arrangiamento di un paio di pezzi.
Robert era al limite della sopportazione. Ma preferiva, come sempre, dimostrare anziché dichiarare. “Ascolta, vuoi che te la faccio sentire?” Lo sorprese. “Così senti come viene.” Spiegò con un fluido gesto della mano, mentre fissava diritto negli occhi l’altro.
Oliver non se l’aspettava. Aveva sempre visto quel ragazzone nero di quarant’anni, che non sembravano nemmeno trenta, troppo signore per discutere con un battagliero maneggione come lui. Soprattutto non lo credeva capace di discutere con una simile ferma compostezza circa un brano musicale, anche perché fino a quel momento si era adagiato sulle sue decisioni senza mai battere ciglio.
“Va bene.” Si arrese l’editore. “Fammi sentire questo benedetto pezzo.”
Con la classe che lo contraddistingueva, Robert si sedette allo sgabello dinnanzi a un pianoforte che, se non fosse stato per una tastiera quasi luccicante, sarebbe apparso più che altro una strana credenza.
Stanley aveva per le mani una grossa taglierina, che maneggiava con una certa dimestichezza, quando udì alcune note piuttosto sorde provenienti dall’ufficio del socio. Di primo acchito non vi fece una grande attenzione, salvo poi lasciar cadere pesantemente l’attrezzo sul ripiano per dedicare una maggiore attenzione all’ascolto.
Era la cosa migliore che aveva sentito prima d’ora. Era ragtime, e in alcuni punti non lo era più. D’un tratto si disse che la porta a vetri gli stava facendo sentire cose strane, ma poi si convinse della bontà del suo udito.
“Harm!” irruppe urlando nello studio del socio. “Harm! Ma lo senti? E’ meraviglioso.”
L’omone lo guardò con gli occhi pieni di collera. Contenne un grugnito quasi bestiale, ma non disse nulla. In quel momento.
Robert sorrise serenamente agli altri due. Lui, il nero, aveva vinto.
© 2008 Alex Miozzi


