LA MEMORIA DEGLI SCRITTORI

Una delle più grandi paure degli scrittori (grandi, piccoli e persino infimi) è il rischio di dimenticare tutto quanto è successo nel corso della loro esistenza. Molti ritengono che i momenti cruciali debbano essere trascritti immediatamente, immortalati nero su bianco come una fotografia. Personalmente credo che il negativo debba prima essere scattato dalla mente e, solo successivamente, sviluppato dalla penna. Sprecare il tempo annotando le proprie emozioni su un taccuino potrebbe distrarci, costringerci inconsapevolmente a perdere dei particolari del paesaggio, delle persone, dei profumi e dei colori. Per chi ama scrivere la vita è una trama: non importa che sia la propria o quella degli altri.
Spesso gli scrittori sono “ladri gentiluomini”: rubano le vite delle persone che conoscono per romanzarle e creare personaggi reali o verosimili.
Quando ritorno da un viaggio, anche breve, ci ripenso ogni giorno finché non riesco a scriverne una sintesi soddisfacente: ho bisogno di mettere al sicuro la sporta dei ricordi, delle amicizie e degli attimi irripetibili.
Da adolescente ho iniziato a leggere Hemingway: dal giovane protagonista di “Addio alle armi” all’uomo maturo (e quasi rassegnato) che caratterizza “Di là dal fiume tra gli alberi”. In ogni singolo passaggio traspare l’esigenza, da parte dell’autore, di non dimenticare mai le percezioni, le gioie e i dolori che l’amore, la guerra, l’alcol e l’amicizia ci gettano addosso inesorabilmente nel corso della nostra esistenza. L’Hemingway che muore folle e suicida non è un uomo insoddisfatto della sua vita: è un uomo malato che non può più ricordarsela, che non riconosce più se stesso.
Io amo raccogliere “metadati”, ossia dati descrittivi di altri dati: ad esempio, una canzone in tre minuti racchiude un momento, un’avventura, un preciso luogo geografico nel quale si intrecciano le vicende. In tal modo riesco a rivivere quegli istanti, viaggio nel tempo tramite le percezioni, coinvolgendo i sensi. Persino una macchia incancellabile sulle scarpe in seguito ad un acquazzone o uno squarcio nei pantaloni possono ricordare qualcosa: avvertire l’umidità di un pomeriggio grigio in terra praghese.
Le suole consumate non sono in grado di registrare numericamente i chilometri percorsi, ma denotano il fascino di itinerari sconfinati che solo noi siamo in grado di ricordare. Parafrasando l’amico greco di Primo Levi ne “La Tregua”, “- Se non si hanno delle buone scarpe, non si va da nessuna parte...”. La mente è come le scarpe, può condurci ovunque, a patto che resista: perdere la memoria equivale a smarrire la strada, a fermarsi al bordo della carreggiata e sperare che qualcuno ci conceda un passaggio.
(Fabio Ferrarini)
In alto: Persistenza della memoria, 1931 © Salvador Dalì


