LA CASTA DELLA POLITICA ITALIANA VISTA DA STELLA & RIZZO

Ci sono giornalisti che non raccontano solo una certa realtà, ma rappresentano una data situazione storica. Con questo libro Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo narrano di un viaggio nell’allucinante mondo di arti sopraffine quali privilegio, nepotismo, favoritismo, di una casta politica trasversale che ha come primario obiettivo l’autolegittimazione. E il fatto che dal 1948 a oggi lo stipendio di un deputato sia cresciuto di sei volte, per un ammontare di circa 12.000 euro al mese, circa, la dice lunga.
“Siccome non è cambiato nulla nei meccanismi che avevano prodotto la degenerazione di Tangentopoli non c’è ragione di immaginare un miglioramento” ha affermato Piercamillo Davigo, ma la realtà prospettata sembra essere peggiore rispetto a quella della Prima repubblica. E si capisce così come per primi i parlamentari si avvalgano di giovani collaboratori retribuiti da 500 a 1500 spesso in nero, o di come il Comune di Catania abbia 12 centralinisti contro i sei di Buckingam Palace. Tra l’indignazione e ridicolo assoluto, non ci si stupisce dei 9 euro totali di un deputato per un pasto completo presso la propria Camera. Ma è niente rispetto a quando l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel 2001, si appoggiò a una società televisiva, Euroscena, con un compenso di 2 milioni di euro, lievitati a sedici nel 2006, con un contratto capestro che tutt’oggi vincola Palazzo Chigi, per non parlare delle sue 81 guardie del corpo, pari solo al commando israeliano che nel ’76 liberò gli ostaggi dai terroristi, a Entebbe. Ma è solo la punta di un iceberg, sempre a spese del contribuente. Per i trasporti, ogni senatore spende in ticket aerei 40.000 euro l’anno, circa, senza contare extra, come la trasferta di sei giorni di Oliviero Diliberto, allora Guardiasigilli, alle Seychelles, il cui viaggio dei due agenti di scorta venne pagato sempre dal contribuente. E per il dopo, c’è sempre la pensione, o le pensioni. L’ormai showgirl, ex presidente della camera, Irene Pivetti, andrà in pensione il 4 aprile del 2013 a 50 anni, grazie a tre legislature per un totale di 9 anni, alla faccia di scalini e scaloni, o il cumulo pensionistico di Marco Formentini, funzionario europeo, dipendente alla Regione Lombardia, deputato nazionale, ex sindaco di Milano e due volte parlamentare europeo. O dell’attuale Guardasigilli Clemente Mastella, giornalista RAI in aspettativa da più di vent’anni, con pensione professionale nutrita da contributi “fantasma”. Senza mai dimenticarci della rendita di Tony Negri (condannato per terrorismo, di cui non si è mai pentito) che dal 1993, grazie a 9 sedute 9 alla Camera, percepisce, 3.108 euro mensili, cinque volte la pensione media di un operaio.
Quello che è chiaro è che la politica è un business. Lo capì Berlusconi che nel 1994 “scese in campo”, sanando la sua Fininvest dal buco di 5.000 miliardi di debiti, e garantendosi anche uno scudo contro le indagini da parte delle procure. Ma nel suo piccolo, altro eufemismo, lo ha compreso anche la signora Federica Rossi Gasparini, leader delle Federcasalinghe, Zelig della politica apparentatasi, in ordine, con Andreotti, Craxi, Bossi, Ferdinando Adornato allora Alleanza Democratica, e poi Mario Segni, Giuliano Amato, lo stesso Berlusconi, Dini, D’Alema, Di Pietro, e in ultimo Sergio di Gregorio di Italiani nel Mondo, e che ha consolidato attorno a sé alcune società gestite con la collaborazione dei propri famigliari. A proposito di famiglia, la carriera politica sembra essere diventata quello che nell’800 era la trasmissione del titolo nobiliare. I “figli di...” rappresentano delle vere e proprie dinastie, con dinastie, con Francesco e Giuseppe Cossiga, Giovanni e Francesco Musotto, Ferdinando e Claudio Scajola, Totò e Raffaele Fitto, Giulio Andreotti e Luca Danese, Giuseppe e Massimo D’Alema, solo per citare i casi più eclatanti. In ultimo non dimentichiamoci la rete di salvataggio rivolta ai trombati dalle elezioni, che alla peggio un posticino in qualche consiglio di amministrazione lo trovano sempre. Per non parlare dei soldi che in una sfida diretta fanno la differenza, vedi la vittoria di misura della signora Letizia Moratti, contro Bruno Ferrante, alla poltrona di Sindaco di Milano, con un budget elettorale di cinque volte superiore all’avversario. Denari che in un modo o nell’altro ritornano sempre, considerato che il nostro paese nel 2005 ha pagato ai partiti rimborsi per spese elettorali di 196 milioni di euro, per 81 tra partiti e liste.
Stella e Rizzo citano anche casi personali, forse umani, come la nomina dell’artigiano metalmeccanico e grossista Giuseppe Magni, poi deputato per la Provincia e Lecco, nominato dall’ex guardasigilli Roberto Castelli specialista in edilizia carceraria, con un totale di quasi 200.000 euro in emolumenti. Senza dimenticare l’eccentrico senatore leghista Ettore Pirovano, istitutore della disertata “Scuola Padana” (e per questo condannato dalla Corte dei Conti al risarcimento di 251.466, ndr), o le leggi ad personam per creare albi speciali in cui inserire soltanto due persone. E quando i consulenti sono realmente necessari è perché gli assunti, per nepotismo, amicizia e chissà per cos’altro, non sono all’altezza del ruolo ricoperto.
In ambito locale, nel 2006 il paese di Villafrati, nei pressi di Palermo, ha contato 109 lavoratori socialmente utili, uno su 30 abitanti (come se in Italia fossero due milioni, ndr), per tacere l’operato dei presidenti di regione, “governatori” come la signora Sandra Lonardo Mastella presidente della regione, che ha speso 680.000 euro per una gita di 160 persone al newyorkese Columbus Day, seguita a ruota da suoi altri colleghi altrettanto poco parsimoniosi.
Perché leggerlo mi sembra chiaro, com’è chiaro il motivo per cui in TV ne abbiano parlato ben poco.
(Alex Miozzi)
G.A. Stella, S. Rizzo, La casta, Rizzoli - ¤ 18,00


