IL MITO DI BREAK IN JAZZ

Con buona pace del centauro Chirone (oltre che di Beppe Severgnini che sconsiglia l’uso improprio di aggettivi mitologici nella lingua italiana, ndr), il MITO, Festival Internazionale della Musica di Milano e Torino, da qui il nome, organizzato da entrambe le municipalità, è iniziato il 3 e continuerà fino al 27 settembre. Al suo esordio, questa è la prima edizione, arte e musica, per un totale di 95 concerti in 50 sedi, dalla classica al pop, dal rock alla classica fino al jazz. Relativamente a quest’ultimo linguaggio musicale, il festival ha compreso anche la rassegna Break in Jazz, giunta all’XI edizione.
Con piazza Mercanti come cornice già da qualche anno, come ha presentato Maurizio Franco, giornalista, musicologo, coordinatore didattico e insegnante di Storia ed Estetica del Jazz presso i “Civici Corsi di Jazz dell’Accademia Internazionale della Musica”, ente organizzatore della rassegna, l’idea è principalmente quella di ascoltare musica durante la pausa pranzo. Nella sostanza è però soprattutto un’attività di produzione e promozione culturale, associata all’attività didattica e artistica, in linea con il lavoro del magazine “Musica Oggi” realizzato dagli stessi titolari dall’Accademia.
Il primo appuntamento di quest’anno è stato giovedì 6 settembre con i “Time Percussion” capitanati da Tony Arco, batterista e docente di questo strumento presso i Civici Corsi. Oltre a questa formazione, special guest è stato il celebre pianista Franco d’Andrea, da quest’anno anche insegnate presso la medesima scuola. Questi, profondo conoscitore della musica africana e afro-americana, ha proposto un’improvvisazione collettiva per pianoforte e percussioni, un set che si è sviluppato senza differenziazione fra brani ma in un continuum sonoro segnato da brevissimi intervalli. Tra inserzioni ritmiche graduali, passaggi pianistici classicheggianti con digressioni atonali, improvvisi cambi percussivi, un entusiasmante viaggio attraverso il Jazz dai griot e del Ragtime fino ad accenni Swing e punte di Jazzrock, in una giungla di suggestioni ipnotiche che può forse non avere convinto del tutto un pubblico maggiormente abituato a sonorità più mainstream.
Il secondo appuntamento è stato il 13, con l’ormai storico chitarrista Franco Cerri (l’anno scorso ha festeggiato agli Arcimboldi i suoi splendidi 80 anni, ndr) e i suoi “Guitar Ensamble”, quattro giovani chitarristi accompagnati dal duo ritmico contrabbasso-batteria. La riarrangiata “Seven Come Eleven” di Benny Goodman ha preparato all’evergreen “Stardust” con l’armonicista Bruno deFilippi ospite d’onore. E’ seguita una rivisitazione di “When The Saint…” e di “The C Jam Blues” di Ellington, e una conclusiva e collettiva “The Yardbird Suite” parkeriana. Oltre alla signorilità che da sempre lo contraddistingue, con cui Cerri ha a più riprese presentato gli altri musicisti (i quali, escluso DeFilippi, sono tutti ex allievi, ndr), anche nel più maturo panorama jazzistico odierno sia nazionale che straniero è raro assistere a uno spettacolo di questo livello. Alta classe ed equilibrio tra musicisti, senza che per questo siano stati sacrificati entusiasmo e cuore, sono stati anche una sincera dimostrazione di libertà, sottolineata dalla conclusiva affermazione di Cerri per cui con la musica si può fare quello che si vuole.
Il terzo, e conclusivo appuntamento, di questa rassegna è stato quello di giovedì 20, con la Workshop Big Band, diretta dal batterista e arrangiatore Fabio Jegher, oltre che insegnante storico dell’Accademia, con la partecipazione del celebre trombettista franco Ambrosetti. Una scoppiettante apertura con un brano di Stan Kenton, “Intermission Riff”, un po’ la loro sigla (che lo fu anche del programma RAI “TV 7”, ndr), il concerto ha immediatamente scaldato gli animi a un pubblico assolutamente partecipe grazie anche all’ironico brio di Jegher e alle note calde della tromba di Ambrosetti. L’ensamble, composta da una dozzina di elementi tutti studenti della scuola, si è cimentata in brani storici ad hoc per simili formazioni, ma nella maggior parte dei casi con arrangiamenti originali. Oltre a “Silly In The Sky”, dello stesso trombettista, eseguita in quartetto tromba, piano, basso e batteria (suonata dallo stesso Jegher, ndr), e la ballad sensuale “Wet Warm Feeling” di Count Basie, “Milestone” di Miles Davies e “Manteca”, storica colonna sonora della big band di Dizzie Gillespie scritta dal suo percussionista, Gonzales, hanno dato una scarica di adrenalina all’appuntamento. La preparazione raggiunta da questa formazione che si è mostrata nella sobrietà esecutiva non ha nulla da invidiare ad altre formazioni all star, non sempre così coordinate.
Oltre a un sottinteso giudizio più che positivo di tutta la rassegna, concludo con un unico e personale rammarico, quello che Break in Jazz non abbia visto un numero maggiore di appuntamenti. Ma ce la facciamo andare bene anche così.
(Alex Miozzi)


