COUS COUS

Film rivelazione di quest’anno, grazie anche alla giovane brava, e anche bella, diciamolo, protagonista, che narra la storia di un ex immigrato nordafricano non più giovane che in seguito a un lavoro sempre più precario al cantiere navale, decide di allestire un ristorante su un’imbarcazione. Neanche a dirlo, la pietanza forte sarà il cous cous del titolo, a cui si arriverà solo nel finale dopo oltre due ore di film.
Un lavoro corale in cui i personaggi femminili, tranne l’eccezione maschile, dimostrano di essere di gran lunga molto più forti e consapevoli di quelli maschili, in un ambiente culturale maschilista in cui si cerca disperatamente, ma invano, di dimostrare l’esatto contrario. La famiglia, all’apparenza cardine della vita di tutti i suoi membri, implode sotto i colpi dei suoi stessi membri, divisi tra egoismi personali e gelosie, e paradossalmente viene salvata dal provvidenziale intervento esterno di chi fino a un attimo prima era osteggiato come alieno.
Azzeccato anche l’affresco sociale in cui si muovono tutti i personaggi, un melting pot mediterraneo che travalica razze e religioni, autentico pugno nell’occhio a chi vorrebbe un’Europa non “meticciata”. Di contro emergono anche le contraddizioni di una realtà musulmana in terra francese, ormai quasi completamente laicizzata, che non disdegna gli alcolici e la cui morale sessuale, fra tradimenti e divorzi, non è meno ipocrita di quella di molti cristiani.
Nel complesso un piccolo capolavoro, nel suo genere, malgrado la storia in sé non sia poi così originale (basta andarsi a vedere certe storie neorealiste italiane, ndr). Alla lunga pesa anche una lunghezza eccessiva, che appesantisce un po’ il ritmo narrativo, oltre all’eccessivo uso della camera a spalla, tanto cara al Dogma cinematografico ma di cui ormai si potrebbe fare anche a meno (a meno che non amiate i mal di testa!).
(Alex Miozzi)
Cous cous di A. Kechiche, Francia 2008, col.
Con Farida Benkhetache, Habib Boufares


