CHE TRAGEDIA!

Quattro lenzuoli bianchi, sudari di corpi anonimi uniti da un destino di morte, aprono la scena con una scomoda e appestata atmosfera da obitorio. L’immagine è di una semplicità istantanea: la mente corre a pensieri di morte provocata e seriale, a dolore che impregna corpi e luoghi, a guerra, a distruzione, a disperazione. Un urlo strappa le sagome anonime trasformandole in corpi e menti dinamici, e quattro combattenti compagni d’armi prendono vita per riferirci racconti di guerra e vendetta e incarnare le declinazione del dolore che questa provoca. La tenacia e l’orgoglio dell’unico essere sopravvissuto ai suoi cari che sopporta la vergogna e il peso dei vincitori, un uomo roso dal senso della vendetta al punto di impazzire e sdoppiarsi nell’insensatezza da lui tacciata, il tergiversare di un uomo qualunque alle prese con un’acqua antica e terrosa, giallastra e sporca come il dubbio, e infine una grande corsa a perdifiato per fuggire la disgrazia mostruosa capitata ad un altro. Questi sono solo alcuni dei momenti toccati, e poco importa se si intraveda un’infelice Cassandra, un Penteo impazzito o un Ippolito moribondo. Identificare da dove sono tratte le porzioni di testo raccontate, aiuta solo parzialmente ad orientarsi nell’intricato mondo che viene costruito dalla successione di voci registrate, suoni, momenti corali e intensi interventi singoli.
Le parole non sono solo veicolo di senso, ma suono, musica, ritmo e rigore che rimbalza tra il coro dei quattro uomini scaturendo come da una stessa bocca che intona variazioni cantate. La scena muta continuamente al variare della disposizione di corpi e oggetti che seguono il movimento preciso e scarno di chi la muove. Ciò che si coglie sono intuizioni, frasi, sensazioni, immagini, stralci di storie dolorose raccontate e vissute che riecheggiano dentro di noi come ricordi rispolverati.
La capacità degli attori e la complessa struttura in cui si incastonano tutti gli elementi lascia trasparire un grande lavoro di sperimentazione rigorosa.
La novità assoluta è senza dubbio la scelta filologica dei testi.
La tragedia greca, intendendo con questa i testi drammatici pervenutici e le poche nozioni di una sua possibile strutturazione, è il punto di origine fondamentale al quale spesso in teatro si fa riferimento. Consapevoli che ogni sua ripresa è sempre in qualche forma una demistificazione, la nostra cultura teatrale ha spesso riproposto le parti della tragedia greca che riteneva più ‘moderne’, più vicine ad una supposta sensibilità attuale: le storie, riadattate o semplicemente riproposte. Così facendo sono stati volutamente tralasciati alcuni aspetti. Ad esempio il fatto che la tragedia greca gronda sangue e narra di orrori terribili, commessi e riportati, con una ferocia e una minuzia linguistica prorompente.
Pertanto qui la situazione è ribaltata: il lavoro non si centra sulla storia, ma sul dolore e il filo rosso è la convinzione di una continuità della condizione umana che va ben al di là di ciò che definiamo ‘attuale’ per sfociare nel ‘connaturato’. È un’ipotesi solitaria, complessa e coraggiosa così come tutto lo spettacolo.
La regia è rigorosa e crea delle immagini di una sorprendente estetica, gli attori sono una potenza fisica e vocale che lascia intravedere le possibilità infinte di un coro. Il testo è tortuoso, se ne colgono stralci energici ma parziali e questo fa sì che lo spettacolo risulti complesso, non immediato anche se profondamente potente. Senza dubbio uno spettacolo coraggioso!
(Cristina Geninazzi)
Giudizio: ***
FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI
PRODUZIONE TEATRO STABILE DELLA CALABRIA
in collaborazione CON FESTIVAL DELLA MAGNA GRECIA
Che tragedia!
Progetto Lorenzo Glejieses e Egumteatro
Traduzione testi greci di Edoardo Sanguineti
Con Lorenzo Gleijeses, Andrea Capaldi, Armando Iovino, Davide Pini Carenzi
Regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti
Scene e costumi: Rita Bucchi
Suono: Otto Rankerlott
Torino, Teatro Gobetti, via Rossini 8
venerdì 20 - sabato 21 giugno 2008
www.festivaldellecolline.it
In alto: foto di scena © Diego Beltramo


