CHE FINE HA FATTO BABY JANE?

Un fazzoletto di disperazione e di nulla, una spiaggia della desolazione, un micro cosmo dove ogni passo, ogni parola, ogni gesto viene risucchiato dal vuoto che li circonda e li avvolge. È questo lo scenario che si apre ai nostri occhi quando due figure grottesche e stizzite, quasi personaggi di un vecchio film muto, prendono vita su una scena fatta di sabbia. Ma non siamo al mare, nè di fronte a grandi orizzonti.
Al contrario, l’odore che si avverte è stantio. (Rin)chiuse nella loro casa, per non dire sepolte (da cumuli di sabbia- come il peso di ricordi ormai sbriciolati) troviamo due sorelle che ci raccontano tutta la meschinità e il rancore della piccolezza umana. Entrambe ex amate artiste di un tempo, bambina prodigio dei teatri di vaudeville l’una, regina del grande schermo l’altra, perorano, nella prigione che si sono scelte e costruite, un perverso gioco al massacro intessuto di lancinanti ricordi, sotterfugi e indicibili menzogne.
La gabbia in cui sono rinchiuse è aperta, spalancata ma divorate dal senso di colpa reciproco le due sorelle sopravvivono l’una per l’altra, l’una contro l’altra, l’una grazie all’altra, inscindibilmente legate.
Sono due Hammm e Clov di “Finale di partita”: Blanche è immobilizzata sulla sedia a rotelle e Jane ha occhi accecati dall’invidia e dal senso di colpa, non più in grado di percepire la realtà se non deformata dallo sguardo di bambina, cresciuta ma ancora capricciosa. Legate da un nodo scorsoio che le consuma, vivono nel rinfacciarsi l’una la stroncata carriera dell’altra.
Il testo prende spunto dal film del 1962 di Robert Aldrich, basato sull'omonimo romanzo di Henry Farrell. Se però il lungometraggio è a tinte profondamente cupe e tratteggiato con un linguaggio dark-gotic che prelude i primi horror, la pieces si risolve invece nell’attenzione ad un’umanità derelitta e ne mostra fissazioni e meschinità, che fanno strappare più di un sorriso.
Questo perchè “niente e’ piu’ comico dell’infelicità!” come scriveva giustamente Beckett. La spettacolo infatti si snoda per momenti di grande umorismo farsesco e la recitazione parossistica stempera la drammaticità – che comunque si avverte- in un susseguirsi di vessazioni terribili ma grottesche.
La pièce si sviluppa pertanto sul filo del rasoio, in un equilibrio non sempre riuscito ma tuttavia interessante, in cui l’altrenarsi di passato e presente, realtà giriga e ricordi sfavillanti è reso con un continuo cambio di stili (grottesco, realistico, metaforico, mimico).
Efficace il gioco di luci, interessanti e azzeccate molte scelte di regia, e incisiva la rivisitazione drammaturgica; qualche lieve perplessità sorge unicamente per la recitazione. La difficoltà e la sfida sono quelle di creare e mantenere ogni sera una prossimità intrinseca tra i due personaggi (le attrici ad ogni replica si alternano i ruoli) e un equilibrio stabile tra gli stili che attraversi la recitazione.
Il finale dello spettacolo coincide con la resa dei conti. Dopo il sapore scipito di tanta sabbia in bocca, ecco finalmente apparire il mare. E qui la rivelazione, accolta (forse) con una tacita assoluzione che suggella il destino di due anime peste e tremolanti. La partita ora è proprio finita.
Giudizio: ***
CRT PRESENTA:
Che fine ha fatto Baby Jane?
Drammaturgia di Letizia Buoso
Con Monica Bonomi ed Elisa Lepore
Progetto e regia Maria Pia Pagliarecci
Assistente alla regia: Tobia Rossi
Scene: Alessandro Bassani
Costumi: Marina Paoletti
Progetto luci: Marco D’Andrea
Organizzazione: Francesca Perego
Milano, Salone CRT, via Ulisse Dini 7
Dal 3 al 15 giugno 2008
In alto: foto di scena © Ufficio Stampa CRT
© MISMAS


