PUNTOELINEA BLOG STORY

2005-2009/CINQUE ANNI DI CULTURA E SPETTACOLO

BODY AND SOUL

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New York City, 1946.

 

Sidney Miller, Sid per gli amici, quella mattina non aveva ancora sedici anni. La guerra era appena finita e in quel clima di euforica incertezza aveva preso una decisione: sarebbe diventato un musicista. Sua madre, Penny, voleva che frequentasse il college, e ne aveva già trovato uno che sembrava fatto apposta per lui. Ero uno di quelli per soli neri, in un altro stato, vicino a una vecchia collega di lavoro, una certa Rose, una vedova, coetanea di sua madre che con lei aveva fatto la camiciaia quando erano ancora ragazzine. Sid avrebbe alloggiato nella piccola fattoria di Rose, insieme a Mike, il figlio di quasi dieci anni.

In compenso suo padre lo voleva operaio. “Con quelle mani puoi solo fare a pezzi quello che ti capita sotto. O rimetterlo a posto.“ Gli ripeteva ogni volta che si affrontava il discorso musica. “E poi guarda che fine ha fatto il fratello di tua madre. Se segui la sua strada puoi anche scordarti di vedermi ancora. La nostra è una famiglia rispettabile.”

Il fratello della madre era lo zio Horace, il famigerato zio Horace, l’innominabile Horace. Alto e magro, con gli occhi quasi a mandorla e gli zigomi alti, era il classico tipo che avrebbe potuto essere il più in gamba della famiglia, ma che, invece, sembrava avere mandato stupidamente tutto a monte. Aveva scoperto la musica e le donne quasi contemporaneamente. La cosa di per sé non era neanche la peggiore, solo che, subito dopo, alle due cose aveva aggiunto anche l’alcol. In breve tempo, uno dei più giovani e promettenti saxofonisti, un saxtenorista di tutto rispetto, che era stato nella luccicante Kansas City quando l’America era in ginocchio, si era lanciato a capofitto nel tunnel dell’alcolismo. All’inizio ogni suo introito andava per le donne, e poi per l’alcol, mentre alla fine esisteva solo quest’ultimo. Il fatto che avesse partecipato alle leggendarie sax battles, quando a combattere era gente come Hawk e Prez, per il padre di Sid non contava proprio un accidente. L’unica cosa che contava adesso era che Horace se ne stava a marcire in una bara sotto a due metri di terriccio in qualche angolo verde del Missouri. Qualche balordo lo aveva ammazzato per una storia passionale, in un vicolo. O per lo meno così aveva sempre sentito Sid dai genitori.

Malgrado questa storia, lo zio Bill, un fratello del padre di Sid, gli aveva insegnato come muovere bene quelle scure e pesanti mani sulla tastiera di un malandato pianoforte a mezza coda che parcheggiava, chissà poi perché, dentro all’ufficio dell’officina del socio. Lo zio Bill, che era il maggiore, e il più saggio, dei cinque fratelli del padre, si trovava ormai alla soglia della sessantina ed era quasi cieco. Ma il suo udito era ancora eccezionale, e con il pianoforte se la cavava ancora bene. Dopotutto aveva suonato in un cinematografo prima che la settima arte acquisisse la magia del sonoro, e arrotondando qua e là con l’accompagnamento di qualche giunonica cantante di blues in qualche miserabile bettola. Ormai tutti gli spartiti li aveva in mente, come in mente aveva anche tutte le sue variazioni, e i suo assolo. Sotto quella massa scombinata di capelli grigiastri c’era la musica della sua vita che continuava a suonare.

Il complessino di Sid, i “Fantastic Four”, insieme ai suoi fratelli, Fred, il più grande, alla batteria e Jim, il più piccolo, al contrabbasso, e con il gigantesco Bud, figlio più grande del barista del caffè d’angolo, alla tromba, poteva funzionare nelle feste tra amici. I quattro avevano iniziato ascoltando i 78° giri del padre di Buddy, che aveva eletto Bessie Smith come regina e Satchmo come sua guida spirituale.

“Se me li rovinate vi rompo in testa tutte le bottiglie che ho nel locale, e poi vi faccio mangiare il vetro.” Tuonava ogni tanto l’uomo, dalla stazza colossale ma dall’indole dolcissima, malgrado quelle sparate estemporanee non troppo credibili. In seguito, dopo avere imparato alla meno peggio sia i temi che gli assolo dei più celebri standard, il piccolo combo aveva anche suonato ogni volta che uno dei loro amici più grandi partiva per il fronte. Particolare non trascurabile era che tutti quelli che erano stati accompagnati dalla loro musica, più di una ventina in tutto, erano ritornati sani e salvi. Da quello sfacciato primato la band aveva cambiato nome in favore di “Lucky Boys”. Ma Sid sapeva che un conto era far divertire dei ragazzi scimmiottando l’orchestra swing di Count Basie e un altro essere dei veri musicisti.

Si trovò davanti a quella taverna, sulla 56° strada, ed il suo cuore andava mille all’ora. Vestito con una vecchia giacca del padre, riadattata ad opera della sorella della signora Cobham, e un paio di pantaloni il cui colore era soltanto intuibile, tra lui e il mondo della musica c’era ormai soltanto una porta a vetri, ornata con rossi riccioli in ferro battuto ai quattro angoli. Pochi passi per entrare, mentre passanti incuranti e un cielo plumbeo come i grattacieli cittadini che restavano fuori ad aspettarlo, tra un claxon d’auto e uno strillone, in una metropoli che sembrava non voler arrestare la sua espansione.

Si fece coraggio, e varcò quella soglia. Il locale era buio, e c’era già odore di fumo, nonostante fosse ancora chiuso. Era la puzza della sera precedente, di quella prima, e di quella prima ancora. Era una specie di marchio di fabbrica del posto. Quell’odore per lui era sconosciuto, a differenza dei miasmi della lavorazione dei budelli di suino della piccola fabbrica che si trovava proprio dietro casa sua. Quel nuovo puzzo gli parve quasi un profumo, a confronto.

Si assestò i capelli ricci e corvini, che aveva cercato inutilmente di lisciare con un impasto più simile al lucido da scarpe che non alla brillantina. Dietro al bancone c’era un distinto barista, anche lui nero, di mezza età, dall’aria distaccata, che stava asciugando i bicchieri con uno straccio, che lo degnò appena di uno sguardo. Stava entrando nel mondo degli adulti, quello che suo padre, fino a quel momento, gli aveva proibito di frequentare, pena sonore cinghiate. Dietro al barista notò che svettavano, una in fila all’altra, un sacco di bottiglie dei liquori più strani. Avrebbe voluto assaggiarli tutti, ma non in quel momento. Sentì che le mani gli si stavano appiccicando al berretto grigio che si era tolto entrando e che stringeva con inutile forza tra le mani.

La prima visione fu quella di un pianoforte a muro. Il legno nero e laccato dell’imponente strumento brillava a strali, come di luce propria. Si chiese se tutta quell’emozione lo stesse facendo delirare. Accanto c’era un’ombra, l’ombra di un uomo, di schiena, che se stava lì seduto come per caso. Questi si girò e Sid lo vide in faccia per la prima volta. Restò come pietrificato.

Si trattava di un anziano signore dagli occhi vispi e azzurri e dai corti capelli grigi. Era stato una leggenda, ma per lui lo era ancora. Lo aveva sentito suonare per la prima volta a dieci anni, circa, su un 78 giri, nella Rapsodie in Blue di Gershwin, per pianoforte solo, e fu quello che gli aprì gli occhi. Da quel momento era la musica la strada che avrebbe voluto seguire. E insieme alla musica, proprio quel pianista.

“Perché lì impalato? Viene, qui.” Gli fece.

Sid si avvicinò a Izzy Goldstein con tale lievità quasi stesse camminando sopra a delle uova. Il celebre musicista si alzò dalla sedia per qualche attimo. Quando gli fu davanti vide che si trattava di un uomo piuttosto basso di statura, che indossava una candida camicia, senza cravatta, e uno scuro gilet. Nonostante questo continuava a pensare di essere davanti al più temibile dei giganti.

Senza troppi complimenti l’uomo gli prese le sue mani tra le proprie. Per un attimo il ragazzo credette che voleva leggergliele, come una fattucchiera in un luna park. Le girò e rigirò per diversi attimi e poi gliele lasciò. Poi, senza dire nulla, con un cenno lo invitò a sedersi accanto a lui.

“Tu puoi suonare tutto quel che vuoi. Hai grandi mani. Grandi come… come grandi mani, appunto! Io mani piccole. Vede?” E gli mostrò le sue, due manine ben fatte e all’apparenza delicate, per quanto possano esserlo quelle di un pianista che, per una vita, pesta le proprie dita sulla tastiera di un pianoforte.

“Io suonava Mozart. Lui giovane aveva mani piccole, perché piccolo. Io che ha mani come Mozart, suonava sua musica.”

Poi gli sorrise. Anche Sid sorrise, timidamente. Quell’uomo aveva qualcosa di magico, ne era certo.

“Ma no solo Mozart. Gershwin, poi, ma prima ancora Beethoven, Brahms, Chopin. Era a Weimar, prima di ’33.” E si fermò, per qualche attimo, per assumere una strana aria interrogativa. “Sai tu cosa accaduto in mio paese in 1933?”

Sid non lo sapeva. Una stupida domanda lo stava fregando. E non era neanche certo se il paese di quell’uomo fosse la Germania, come aveva distrattamente letto da qualche parte, una volta. In fondo, pensò, poteva anche essere la Svizzera, perché anche lì parlavano tedesco, forse. Anche in altre parti d’Europa parlavano tedesco, mai lui non sapeva bene dove. Magari in Francia, o in Olanda. Gli riecheggiarono nella mente le parole di sua zia e dell’immancabile signora Cobham, che cercavano di insegnarli invano quella storia e quella geografia che a lui non interessavano assolutamente. E dov’era la Germania, si chiese. Da qualche parte nel Vecchio Mondo, disse fra sé e sé. Sapeva che in Europa c’era anche l’Inghilterra e l’Italia, ma solo in Inghilterra si parlava in inglese come negli States. Alla fine fece segno con la testa di non saperlo, ammettendo la sua spaventosa ignoranza.

“Mein Gott! Omuncolo austriaco! E’ lui diventato cancelliere, e ha fatto Reich! Terzo Reich! Ha fatto finimondo. Per questo Amerika ha fatto guerra! Qvesto non sai tu? Male!”

“Si, questo lo so.” Si affrettò il giovane a giustificarsi. “La guerra, si. I miei amici sono andati in guerra…” Riuscì a malapena a dire, con affanno.

Un attimo di silenzio interruppe quello strano dialogo.

“No, scusa. Tu sei troppo giovane. Non puoi sapere qvesto. Scvsa.”

L’uomo s’interruppe, come per riordinare un mucchio d’idee alla rinfusa. Si passò una mano tra i capelli, fissando a occhi stretti la piccola pigna di spartiti appoggiati sopra al piano. Poi fissò il giovane.

“Io vengo da lì, da Germania. Ho suonato davanti a cancelliere prima, prima ancora davanti a Kaiser, ho suonato in teatri con molte persone, in tutti i grandi luoghi. Germania, Austria, Italia, dove poi c’era amico di omuncolo austriaco, suo alleato. Prima i due non amici, ma poi hanno fatto guerra insieme, per un po’… Io fuggito da Germania, prima di ‘33. Idee di omuncolo austriaco erano pazze, pazze! Prima io ero tedesco, come tedesco era chi sentiva mio concerto. Io suonato per truppe, in Prima Guerra, con uniforme da tedesco, capisci?” parve grugnire. “Poi non più tedesco, tutti cambiato idea! Io solo ebreo! Quello che ha fatto prima non conta più! Allora vengo in Amerika. Ricomincio daccapo. Suono in cinema, suono in tutti i posti, anche con brutta gente. Ma suono. Perché musica è mia vita!” S’interruppe. “E tu?”

Sid restò stupito. Lo stava nuovamente interrogando. Avrebbe voluto dirgli tutto quello che sapeva, ma non gli veniva.

“Io voglio fare jazz.” Si limitò a confessare, come se quelle fossero le sue ultime parole prima di spirare.

L’uomo lo fissò quasi con ferocia. Non distolse lo sguardo neanche per un attimo, ma il ragazzo non abbassò la testa. Era stato maldestro, anche un po’ ingenuo, ma gli aveva detto la verità: lui voleva fare il musicista jazz.

“Tu vuoi fare… jazz. E’ tua musica, è musica di amerikani. E’ musica di negri. Ma tu capace di suonare… jazz? Eh?” La sua voce ferma, accompagnata da un pronuncia secca, si fece a tratti melodiosa. “Ti se vuoi fare jazz devi essere bravo musicista. Impegno, ascolta, ascolta tanto, studia, la musica devi essere tu. Se no niente! Musicista cialtrone muore di fame, e tu devi sapere questo.”

Sid lo ascoltava con grande attenzione. Sapeva bene quello che quell’uomo gli stava ricordando, anche perché suo padre glielo ripeteva la mattina, quando usciva di casa per andare in fabbrica con suo fratello maggiore, Fred. E anche la sera, quando rincasava. Sapeva anche che era la verità.

“Io suono jazz. In Europa suonavo musica classica, di Europa. Qui suono vostra musica. Prima non conoscevo. Poi, quando ero arrivato qui, ho sentito suo ritmo. Sua pulsione, sua sincope…

“Il jazz è musica africana.” Disse incautamente il ragazzo, come a voler rimediare la figuraccia di prima.

“No! Questo dici tu!” Lo zittì. Rendendosi poi conto di aver scioccato il ragazzo, che lo guardava con gli stessi occhi spalancati che ha un agnello pronto per essere macellato, gli sorrise.

“Qvello che hai detto no è verità. Jazz è vostra musica, di voi americani negri. Nata in Amerika, qui, in vostra terra. Esempio, tu negro, come ragazzi negri africani. Ma tu forse africano?”

Sid fece cenno di no con il capo, quasi con timore. Se la sua conoscenza geografica dell’Europa era assai lacunosa, quella dell’Africa era addirittura nulla.

“Tu vuoi fare jazz, loro no.” Aggiunse. Poi gli sorriso, e continuò. “Jazz è musica mista. Un po’ vecchia Europa di compositori, un po’ ritmi di Africa, un po’ canzoni di popolo, che viene da tutte le parti. Grande misto di tutto questo. Forse musica anche di ebrei, ma non so.” S’interruppe solo per un attimo. “E poi improvvisata sempre, ogni volta che suoni. E ogni volta rinasce, come Fenice.” Concluse.

Sid appoggiò il cappello su una delle poche sedie disponibili, e fissò la tastiera del pianoforte. Quell’intervallarsi di avorio ed ebano gli stava già facendo girare la testa, ma doveva dimostrare al maestro di saper suonare, o almeno di fargli credere di saperlo fare.

“Bene. Vedo che hai capito. Siedi qvi.” Il ragazzo non se lo fece dire due volte. I due si scambiarono i posti, e finalmente il giovane occupò lo sgabello nero foderato in pelle scura dirimpetto al pianoforte.

Con grazia si accomodò sullo sgabello Per un momento chiuse gli occhi. Si concentrò su quello che poteva suonare, da solo. Si accorse che stavolta stava per esibirsi senza il fracasso della batteria di Fred, il sostegno un po’ sghembo del basso di Jim, e soprattutto senza le cicliche diavolerie pirotecniche della cornetta tutta ossidata di Bud.

Stavolta era solo, e davanti a qualcosa di più di un semplice pubblico.

“Una canzone… va bene?”

L’uomo prima lo squadrò dal viso alle mani con aria interrogativa, poi assentì con un cenno del capo.

La mano destra scivolò, quasi sottotono, con l’introduzione del tema, mentre la sinistra iniziava a dare i primi cenni di accompagnamento.

Un sorriso dell’uomo fece capire a Sid che aveva riconosciuto il motivo che stava suonando. Bene, pensò con una punta di ingenuità. Chi non conosceva Body and Soul?

La prima parte dell’esecuzione fu un po’ didascalica, con ogni nota al posto giusto, un po’ come nelle esecuzioni dei grandi maestri, che così grandi non sono. Ogni passaggio veniva accentuato da bruschi movimenti del bacino, con se il giovane fosse in presa a un crisi. I passaggi più significativi erano accompagnati da lentissimi cenni della testa da parte del maestro, come a voler aiutare quella musica ad essere ancora più fluida.

A Sid, in quegli attimi, vennero in mente molte cose, in un’incessante sequenza di immagini da far invidia alla proiezione di un film. Di queste una in particolare appariva per ritornare più volte in maniera sempre nuova. Era quella di una ragazza che era venuta ad abitare davanti alla sua porta da meno di un mese, una nera di meno di quindici anni dall’aria timida e dal sorriso incerto, con addosso rattoppati abitini azzurri e rosa che la facevano sembrare un confetto. Si chiamava, si chiamava… non se lo ricordava!

E la ragazza più graziosa che avesse visto prima d’ora, e non si ricordava del suo nome! Ogni volta che suonava questa canzone gli veniva in mente lei, con i suoi sguardi fugaci e quel tono di voce quasi bisbigliato, sussurrato, e di come, probabilmente, stava iniziando a fantasticare un po’ troppo su di lei, benché le avesse rivolto la parola solo due volte, in entrambi i casi balbettando.

Avrebbe voluto dedicargliela, con tutta le sue forze. Gli veniva in mente una vecchia storia che zio Will gli raccontava quando era piccolo, in cui il protagonista, un giovanotto di una città italiana di cui non ricordava il nome, se ne stava sotto il balcone della sua innamorata, una certa Julie, per cantarle una specie di serenata. In seguito, dai racconti dello zio, aveva scoperto che i due si dovevano vedere così, di nascosto, perché le loro famiglie si facevano la guerra. Quello che lo rincuorava ogni volta era che, malgrado entrambi i ragazzi fossero decisi a togliersi la vita per un’unione irrealizzabile, alla fine il loro amore trionfava e i capi delle due famiglie facevano pace.

Nel frattempo il suo provino andava avanti, con un melodico fiume in piena che non pareva cessare, un temporale di note che sfoderava i suoi migliori lampi, uno dopo l’altro.

A un certo momento Izzy Goldstein alzò la mano sinistra, e il ragazzo si fermò, con la stessa precisione di un carrillon che ha esaurito la carica. Era arrivato il momento della verità. Per quanto il colorito del giovane fosse scuro parve impallidire.

Il vecchio maestro cancellò dal volto l’aria bonaria che aveva assunto all’ascolto della musica e si fece serio.

“Tu suoni. Tu imparato molto. Buon orecchio, si vede che tu ascolti. Buon tocco, sei leggero, con mani grandi che hai. Ma devi imparare molto.” Detto questo lo fissò negli occhi.

“Sei sulla strada giusta, ma questo non basta. Devi capire che musicista ha davanti a sé il mondo, ma prima di ogni cosa ha sua musica. Tua musica è dentro di te, è solo tua, e studio serve per tirarla fuori. Ma questo non basta ancora.” E fece una pausa. “Io per avere allievo devo essere certo di sua profonda dedizione.”

Sid non faceva altro che annuire e deglutire, deglutire e annuire. In quel momento se quell’uomo gli avesse detto di scalare un grattacielo probabilmente lui lo avrebbe fatto.

“Vuoi suonare jazz?” Gli chiese, calmo il maestro.

Il ragazzo annuì con la testa, senza più il coraggio di dire nulla. Non sentiva più né la lingua, né la gola.

“Bene. Ora torna a tua casa, e fai quello che vuoi. Oggi devi pensare a divertimento.” Sussurrò accompagnandosi con un cenno della mano. “Torna qvi domani, alle nove. Precise!”

Al ragazzo non parve vero. Quell’uomo, quel mito, lo stava congedando invitandolo a ritornare il giorno dopo, per farlo diventare suo allievo. Significava che da quel momento l’uomo era diventato il suo maestro.

Il ragazzo si alzò quasi di scatto, prese in mano il suo berretto fece un cenno al maestro, che contraccambiò con gentilezza, e s’incamminò verso l’uscita del locale, sotto gli occhi vigili del barista nero di mezza età dall’aria distaccata.

Goldstein iniziò a suonare. Sid ebbe un sussulto, che lo arrestò sul posto. Stava suonando anche lui Body and Soul, ma in un modo completamente diverso. Il ragazzo girò appena la testa, con gli occhi sgranati, come se fossero questi ultimi, e non le orecchie, gli organi dell’ascolto.

“E’ forte. Vero” mormorò il barista con tono baritonale. “Credo che tu gli sia piaciuto. Ma non dire che te l'ho detto, sennò prima lui ammazza me, e poi io ammazzo te.”

Il giovane se ne andò, sgomento da quella mezzora che gli stava rivoltando la vita. Aprì lentamente la porta, in modo che il suo cigolio non potesse dare fastidio alle note dell’esecuzione del maestro. Accompagnato da quella melodia, che stava svanendo, ripiombò nella strada da dove era venuto, nuovamente in mezzo al traffico e al flusso di persone che transitava sul marciapiede, incurante di tutto.

Indossò il cappello, come tutti gli altri uomini attorno a lui. E si incamminò lentamente verso casa, distante a piedi poco più di una decina di minuti. Era contento, più che contento, al settimo cielo. Ma c’era qualcosa che non quadrava perfettamente, e che gli procurava un sottile quanto bruciante malessere malgrado l’euforia. C’era qualcosa di cui ancora non si ricordava.

Poi ebbe un flash. Tutto d’un tratto si ricordò del nome della ragazza.

Si chiamava Carla, Carla Green, i cui abiti azzurri e rosa parevano avere le stesse sfumature delle cime dei più alti grattaceli di quella città all’ora del tramonto.

Da quel momento sul suo largo volto si stampò un generoso sorriso che non lo avrebbe più abbandonato per il resto del giorno.

 

(di Alex Miozzi)

 

 

 

 

 

Foto in alto: NYC Manhattan South 2003

(GNU Free Documentation License)

 

 

 

 


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