ADDIO, BIG LUCIANO!

E’ sempre difficile parlare di qualcuno che ci lascia senza tediare i lettori con la solita retorica di circostanza. Anche più difficile è raccontare della scomparsa di un personaggio straordinario sotto ogni profilo come Luciano Pavarotti.
Premetto che questa non è l’elegiaca scaletta della sua vita e dei suoi successi, che potete trovare all’interno delle pubblicazioni di settore oltre che su Internet; senza contare che riuscire a riassumere la maggior parte di una carriera in un articolo è del tutto impossibile. Questo non è nemmeno il solito calendario di ovvietà, come la ridicola leggenda che il cantante non sapesse leggere la musica, rinfrescata di recente sul quotidiano “Libero” da Renato Farina, quest’ultimo probabilmente incapace di distinguere tra uno spartito e una partitura.
Vogliamo ricordare “Big” Luciano non solo come un grandissimo tenore d’opera che dopo il suo esordio al prestigioso Teatro Regio di Parma (sua città natale, nella quale ha deciso di spegnersi, ndr) ha numerose volte calcato i più importanti palcoscenici di tutto il mondo, acclamato da un pubblico mondiale oltre che da numerosi addetti ai lavori che vanno dal direttore d’orchestra Riccardo Muti al regista Franco Zeffirelli, a musicisti come Sting e Mina, fino ai più importanti capi di stato. Stiamo scrivendo di un uomo, perché sotto le spoglie dell’artista c’è sempre l’uomo, che con i suoi pregi, ma anche con alcuni difetti, è diventato anche personaggio. Proprio per questo è stato inevitabilmente paragonato al grande Enrico Caruso, oltre che per la fama anche per il suo andare oltre i confini della musica operistica. Dopo aver riscosso questo successo planetario, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta è avvenuta la svolta, dall’organizzazione di una decina di edizioni del suo “Pavarotti & Friends”, in cui ha duettato con le più grandi star della music pop e rock, agli show con “Tre Tenori”, insieme a Placido Domingo e a Jose Carreras, e a eventi spettacolari e mediatici senza confronto, come il grande concerto al Central Park.
Un amore, ricambiato, con il grande pubblico benché una critica spesso priva di ogni senso della misura gli abbia riservato colpi al vetriolo spesso non limitati alle sue performance ma purtroppo rivolti anche alla sua persona. L’epilogo compensatorio giunge oggi alla finale dipartita, in cui gli stessi censori di ieri lo trasformeranno in un compianto personaggio unico e irripetibile. Quale è stato davvero, bontà loro.
Questo non significa che Luciano Pavarotti non abbia commesso errori o sia stato immune da colpe. Per esempio, è vero che la parte finale della sua carriera è stata improntata su eventi che potremmo definire più commerciali che artistici, ma è altrettanto vero che la voce umana, anche una eccezionalmente limpida e potente come la sua, è suscettibile di invecchiamento. Dall’altra parte le sue partecipazioni mondane, ad esempio il duetto con quattro Spice Girl o con Jovanotti, erano di difficile qualificazione anche dal critico musicale più benevolo, ma di contro il duetto con Bono Vox degli U2 in “Miss Sarajevo” durante la guerra serbo-bosniaca è un indimenticabile atto di coraggio e passione. Aggiungo che il mio dubbio è che se a fare opinione sono ormai i protagonisti, lui compreso, della musica e dello spettacolo è forse perché gli intellettuali di professione, giornalisti compresi, non sono più di tanto in grado di farsi ascoltare.
Se sue disavventure con il fisco, in cui si è imbattuto e si imbatte ancora oggi più di un italiano celebre, non sono state certamente il punto più alto della sua carriera, è pur vero che in quanto a beneficenza il Nostro non si è certo risparmiato. Quanto alla sua storia personale più di un collega dovrebbe farsi un serio esame di coscienza. La vicenda della separazione dalla prima moglie a causa della relazione con la signora Mantovani, e in seguito il figlio avuto da quest’ultima in circostanze di una certa drammaticità, sono state oggetto di una vergognosa cannibalizzazione totalmente aliena dal mondo dello spettacolo quanto quello del giornalismo vero.
Detto questo, credo che Luciano Pavarotti, non solo con la sua voce unica ma anche con il suo carisma e la sua umanità, abbia il grande merito di aver avvicinato il grande pubblico all’opera. Pazienza se non lo ha fatto nella maniera che gli elitari amanti del bel canto avrebbero voluto. Ma se oggi un giovane o una massaia delle più svariate zone del globo ascoltano e conoscono qualche aria canora in più il merito è anche suo.
Tutto il resto, d’ora in poi, è solo storia.
(Alex Miozzi)


